Questo è un blog che ho voluto creare per svago e in esso voglio raccogliere le mie idee, le mie produzioni più considerevoli, le mie opinioni su fatti di cronaca e tutto il resto, dopotutto sono a casa mia. Tutti sono invitati a vedere e mi farebbe piacere se qualcuno vi trovasse qualcosa a lui utile.
mercoledì 8 giugno 2011
QUATTRO PAROLINE.....in lettera
I funerali del signor Mauro Rossi erano appena terminati. Rassegnati, quasi incuranti e senza una lacrima i parenti si avviavano a casa; tanto sapevano che quell'uomo, vedovo da anni era malato da tempo e adesso aveva finito di soffrire.
Il suo unico figlio Giovanni, noto imprenditore si avviava verso la casa paterna, per fare pulizie e chiuderla, perchè aveva deciso di mettere in vendita l'immobile. Entrò nella casa dove aveva abitato nella sua infanzia felice e colma d'affetto, l'affetto del genitore che ora aveva perduto, l'affetto che neanche più ricordava. La casa aveva un aspetto oscuro e dimesso. Giovanni si mise ad ammucchiare le cianfrusaglie dell'estinto per poi buttarle via, finchè non trovò in un cassetto una busta con su scritto A MIO FIGLIO GIOVANNI. Aprì la busta e ne estrasse la lettera iniziando a leggerla: Caro figliolo, sono io papà, ti scrivo questa lettera, sapendo che prima o poi la troverai, per dirti quattro paroline che ho sempre voluto dirti, ma avevo paura a farlo di persona. A dire il vero non so da che parte iniziare, perciò ti parlerò di me, dell'uomo che sono stato: Sono nato come sai in una famiglia benestante, mia madre è morta che ero piccolo, lasciandomi un vuoto nel cuore. Mio padre il nonno di cui (per suo desiderio) hai seguito le orme, non si è mai interessato di me. Se ogni tanto mi vedeva e mi salutava per lui era già tanto.
Mi aveva raffidato a mia Zia Franca che per me è stata come una madre, anche se non lo dicevo però io sentivo la sua mancanza. Cresciuto ho frequentato le migliori scuole e l'università di giurisprudenza laureandomi e diventando legale. Anche grazie all'aiuto dei miei amici mi sono inserito nella professione. A dire il vero sono state più le cause che ho perse che quelle vinte. Forse sono stato io stesso una causa persa.
Poco dopo ho incontrato una bella ragazza che mi comprendeva, mi ascoltava e mi amava, e così in uno dei giorni più felici della mia vita l'ho sposata. Ricordo che papà è scappato subito dopo la cerimonia per badare ai suoi affari. In quel momento ero troppo felice per pensarci, ma ci ho pensato dopo.
Ma il giorno più felice della mia vita è stato quando sei arrivato tu. Quando ti ho preso in braccio per la prima volta è stato come conquistare il mondo intero. Come era bello tornare a casa la sera, giocare con te 10 minuti, metterti a letto raccontandoti una fiaba, andare in campeggio con te e la mamma. Gli anni della tua infanzia sono stati i più felici della mia vita. Nemmeno mio padre ha potuto resisterti, quando ti ho presentato a lui dicendo: papà ammira mio figlio, ha avuto un fremito di commozione. Poco a poco portandoti sempre da lui sono riuscito a farlo diventare un nonno innamorato del nipotino, e quando mi ha detto che voleva che tu fossi il suo erede sono stato felice. Crescendo con gli anni ti sei allontanato da me e mamma, hai studiato legge come me, anche se poi hai cominciato a lavorare con il nonno. Io sono stato fiero di te, ma avrei voluto esserti accanto di più di quel che mi hai permesso. Ancora più fiero però sono stato quando ti sei trovato una bella ragazza e ti sei sposato. La sera dopo le nozze ho pianto di gioia, perchè pensavo saresti stato felice. Poi anche tu sei diventato papà con mio grande orgoglio, mi auguravo che tu avresti provato la stessa gioia che avevo provato io, e io avrei potuto aiutarti in questa tua missione. Purtroppo ti ho visto allontanarti dalla tua famiglia, trascurare tuo figlio, e questo mi ha deluso. Devo confessarti che a volte avrei voluto prenderti a sberle. Quando tua madre è morta avrei voluto cercare rifugio in te, perchè ormai eri l'unica cosa che mi restava, ma ti ho visto allontanarmi come se avessi del rancore. Non sono mai riuscito a partecipare alla vita di mio nipote, perchè mi mancavi te. Tuo nonno ha partecipato alla tua perchè c'ero io con lui. Ma tu con me non sei mai stato.
Poi come sai mi sono ammalato. Il cancro mi fatto molto soffrire e così le cure, nei momenti di maggior sofferenza ho pensato a te, quando eri piccolo. E' stato questo che mi ha aiutato a sopportare quel dolore.
In questi ultimi miei giorni ho avuto un solo desiderio: vederti tornare da me, accudirmi un pò, consolarmi quando stavo male, mettermi a letto,vederti al mio capezzale seduto su una poltrona, coperto da un plaid a sonnecchiare. Purtroppo non è mai successo. Hai considerato il tuo lavoro più di me e chiunque, ma fai ancora in tempo ad avvicinarti al tuo ragazzo, non perderti più niente della sua vita, ti sei già perso tanto. Un giorno potresti restare solo.
Da ultimo voglio dirti che tu sei stato la cosa più preziosa della mia vita, anche se ti sei allontanato. Pregherò per te nel luogo dove vado, se di pregare là mi sarò consentito.
Tuo papà.
Giovanni pianse in silenzio e guardandosi allo specchio vide oltre il suo orgoglio, vide i suoi errori che lo stavano conducendo ad una vita solitaria e desolata. Da quel giorno non si perse più le gioie della famiglia e divenne l'eroe del figlio.
Tutti i rimproveri del mondo non lo avrebbero smosso minimamente e anzi lo avrebbero solo incaponito. Una lettera scritta con amore lo aveva ravveduto.
giovedì 2 giugno 2011
giovedì 26 maggio 2011
IL VERO CAPO
Un giorno tutti gli organi del corpo umano si misero a discutere far loro su chi di loro fosse il più importante e degno di essere il capo.
Il cervello primo fra tutti disse: Io regolo le funzioni del corpo e impartisco gli ordini a tutti voi. Mi sembra ovvio perciò che il capo sono io.
Il cuore però obbiettò: Un momento, io faccio circolare il sangue che nutre e da vita a tutti voi. Cosa sarebbe il cervello senza di me? Perciò il capo sono io.
Allora intervennero le gambe dicendo: sentite vi state scordando che noi vi trasportiamo ovunque e scappiamo se c'è un pericolo. Noi dobbiamo essere il capo.
Anche gli occhi, le orecchie, il naso e altri organi esposero le loro ragioni tutte valide, ma quando toccò al buco del culo tutti gli organi esplosero in una sonora risata.
Ma il buco del culo si offese e da quel momento non fece più lo stronzo.
Dopo un pò il cervello era febbricitante, il cuore aveva delle irregolarità, le gambe non reggevano più e lo stomaco si sentiva scoppiare.
Così prima che arrivasse la morte tutti gli organi elessero il buco del culo come capo.
MORALE DELLA FAVOLA: IL CAPO E' QUALCUNO CHE SA FAR BENE LO STRONZO.
mercoledì 25 maggio 2011
L' UCCELLACCIO DEL MALAUGURIO
Era una fredda serata d'Ottobre e Maurizio sedeva sulla sua poltrona a leggere un racconto di Le fanu
Era un uomo di cinquantasei anni, vedovo con un figlio di trenta chiamato Luca emigrato in Germania, era sempre stato un uomo timoroso, ma con la morte della moglie era divenuto superstizioso, e da quando il figlio era emigrato era giunto alla paranoia. Odiava le cose come rompere flaconi di sale o olio, rompere gli specchi, passare sotto le scale, , incontrare gatti neri perché portavano sfortuna, ma quel che più lo terrorizzava era udire il canto dell'uccellaccio del malaugurio. Proprio quando terminò di leggere il suo libro, il cui genere peggiorava senz'altro le sue fobie, ebbe la terribile sfortuna di udire ciò che lo terrorizzava maggiormente, sentì cioè un uccellaccio cantare sugli alberi di fronte casa sua. Come era orribile quello sgraziato canto, peggio del gracidare di una rana con il raffreddore, lo faceva rabbrividire perché certamente foriero di terribili disgrazie.
Il poveretto si ricordò di ciò che gli diceva la nonna su questa orribile genìa di uccelli che preannunciavano sventure, perciò si affacciò alla finestra e gridò forte: "sopra le tue penne bastardo", poi recitò preghiere e scongiuri vari, non perché credesse in Dio ma per allontanare la sfortuna in agguato, indi guardò un po di televisione e alla fine essendo stanco decise di andare a letto.
Nel bel mezzo della notte però si svegliò, perché il malefico uccellaccio di prima cantava più forte, allora iniziò a rigirarsi nel suo letto pensando a ciò che poteva capitare, finchè fra tutte le ipotesi più orrifiche sfogliò quella che per lui era la peggiore: poteva capitare qualcosa a Luca.
Se Luca avesse avuto qualche incidente, per esempio mentre si recava a lavoro, sarebbe potuto morire e lasciare orfani i suoi bellissimi nipotini, oppure poteva restare invalido a vita, inoltre poteva anche perdere il lavoro e cadere in povertà, il che significa che sarebbe sceso con tanto di moglie e figli per farsi mantenere da papino, e questa si sopra le altre citate sarebbe stata una autentica tragedia.
Il buon Maurizio decise allora di scongiurare queste infauste probabilità uccidendo il messaggero di sfortuna, in gioventù era stato eccezzionale con la fionda, perciò ne prese una che teneva come ricordo insieme ad un nocciolo di pesca, la puntò nella direzione dalla quale sentiva provenire l'orribile canto e scoccò il colpo.
Senti un gemito come una specie di ccoooo, poi un sordo tonfo e in fine notò che il triste e spiacevole gracidio era terminato.
Ce l'ho fatta, l'ho fatto smettere, mormorò tra se ed andò a letto contentissimo.
L'indomani di buona mattina si affacciò alla finestra e vide nel cortile davanti casa sua un orribile ed enorme cuculo morto stecchito, fiero ed esultante fece una doccia cantando di gioia, perché aveva affrontato e sconfitto la peggiore delle sue paure, si rivestì e si avviò ad uscire per far colazione al bar e raccontare agli amici la sua prodezza, ma mise un piede su una buccia di banana che era caduta dal sacco quando la scorsa sera aveva gettato la spazzatura, scivolò e si ruppe dolorosamente una gamba.
Il malefico uccellaccio aveva comunque portato a termine la sua missione e anche ottenuto una postuma vendetta.
martedì 24 maggio 2011
LINEA DI SANGUE
Nella immensa città di San Francisco, nel 1997 viveva un piccolo boss locale di nome John Talbot, Un uomo di 51 anni dalla corporatura alta e forte, i capelli brizzolati, gli occhi blu e un carattere cinico e sarcastico.
John si occupava di contrabbando di armi e spaccio di droga, dirigeva i suoi affari assistito dal figlio Morris un uomo di 30 anni che gli somigliava molto nella persona e nella forza, ma dotato di un carattere ancor più feroce e maligno che spaventava tutti quelli che praticavano con lui, talvolta persino il padre. John aveva anche una figlia più piccola di nome Sarah, una bella ragazza molto somigliante alla defunta moglie, che contrariamente al fratello aveva un carattere dolce, un animo nobile,e la passione per l’arpa. Per non sporcare questa sua natura il padre la teneva nella sua villa e nelle migliori scuole private attorniata da personale e amicizie scelte e lontana dai suoi affari.
Per la protezione sua e di suo figlio John aveva al soldo 8 sicari denominati gli avvoltoi. Questi erano uomini scelti per la loro abilità nelle armi e nel combattimento corpo a corpo, vestivano in abito nero con cravatte gialle per creare una impressione di distinzione, ma al contempo di dejà vu, e svolgevano i lavori più delicati e rischiosi per conto del loro capo; non si allontanavano mai troppo dal boss e dai suoi due figli e vivevano con lui nella sua villa. I nomi degli avvoltoi erano: Harvey Preston, Lucas Dent, Dan Taylor, Marc Simpson, John Stark, Derek Madsen, Cormak Stevens, e Jerry lohan. Tutti loro erano uomini con un passato infelice alle loro spalle, fatto di abbandono minorile, maltrattamenti e povertà che avevano deciso di darsi al crimine per arricchire e trovare felicità, così erano diventati gli scagnozzi dello spregiudicato Talbot, il quale soddisfatto dei loro servizi sembrava trattarli con premura.
Il più caro e vicino al capo fra tutti gli avvoltoi era John Stark, un ragazzo di 28 anni, con capelli castani, occhi verdi e un carattere docile e obbediente, questi in realtà avrebbe dovuto chiamarsi Talbot in quanto figlio illegittimo di John, avuto con una cameriera deceduta poco dopo la sua nascita. Il padre aveva deciso di non riconoscerlo apertamente per salvaguardare i diritti dei suoi due figli legittimi e proteggerlo da Morris che lo avrebbe odiato a morte perché figlio di un’altra donna. Il giovane aveva frequentato i Talbot fin da piccolo, e con la scusa di essere entrato nelle simpatie del boss aveva sempre ricevuto assistenza ed era divenuto guardia del corpo personale di Talbot; sapeva chi era il padre ma taceva per assecondarlo. Il fratellastro che invece non sapeva della sua parentela, vedendo l’atteggiamento affettuoso del padre, immaginava che i rapporti fra i due fossero di altra natura, perciò a volte prendeva a calci nel sedere il giovane tirapiedi chiamandolo Rosita. Il perfido Talbot era un uomo che sapeva ben curare i suoi affari, in fatti aveva come amico un poliziotto corrotto che lo premuniva da tutte le possibili retate, sapeva stringere ottime relazioni con gli altri mercenari, talvolta anche con il ricatto e quando qualche individuo dava noie inaspettate mandava i suoi avvoltoi i quali non fallivano mai.
Tutto filava liscio nella vita del malvagio John, che era felice e soddisfatto nonostante il detto che il crimine non paga, ma c’era un problema del quale il boss non sapeva nulla e che presto avrebbe portato allo sfacelo la sua bella famiglia: Sarah la sua giovane figlia frequentando assiduamente il giovane John e non sapendo che era il fratellastro si era perdutamente innamorata di lui, per questo voleva sempre stargli accanto e si contendeva con il padre la custodia personale. Il fratello Morris aveva capito i suoi sentimenti, ma credeva che fosse solo una cottarella senza importanza, perciò faceva di tutto per ridicolizzare lo scagnozzo preferito del padre e metterlo in cattiva luce. Il giovane John dal canto suo sopportava i maltrattamenti del “principino oscuro” come lo chiamava, perché anche lui aveva capito i sentimenti della sorellastra e sapeva che era meglio che cambiassero. Ma i sentimenti di Sarah non cambiavano anzi la ragazza iniziava ad allontanarsi dal fratello cosa che preoccupava il padre. Un sera John e Sarah si trovavano soli nella villa, perché Talbot e il figlio maggiore erano andati a sbrigare delle commissioni relative ai loro sporchi e affari. Gli altri 3 avvoltoi rimasti, oltre a sorvegliare la casa se la spassavano con le governanti come usavano fare sempre e non si interessavano di altro. In quella occasione Sarah si avvicinò a John e incominciò a parlargli del fratello dicendo che ogni giorno si faceva sempre più violento, forte e arrogante e la terrorizzava, poi gli rammentò che lo trattava come un giocattolo e lo prendeva a calci e lo esortò ad opporsi.
John invece le rispose dicendo: (Dovresti ascoltare tuo fratello non incrinare i rapporti con lui. A te vuole bene e questo è importante. E poi lui e fatto così, è esuberante e fastidioso ma pur sempre il figlio del capo).
(Si), disse Sarah. (Hai sentito come ti chiama ogni volta che ti vede a braccetto con mio padre: Rosita. Tu lo sai a cosa vuole alludere e quanto è grave. Perderai il rispetto di tutti così, spaccagli il muso invece, io lo farei).
John rispose: (Attaccare tuo fratello è come attaccare tuo padre, io sono nelle grazie del capo proprio per la mia devozione. E poi a tuo fratello nessuno può spaccare il muso, perché è il più forte di tutti noi).
(E fatti uccidere allora sciocchino). Disse la ragazza abbracciandosi al sicario, poi accostò le sue labbra al suo muso e cominciò ad accarezzarlo sensualmente, ma John la respinse.
La ragazza rimase turbata, poi disse: (Ti lasci bastonare così volentieri da chi ti disprezza e respingi chi ti consiglia e…ti ama).
(Io mi lascio bastonare perché ho le mie ragioni. Nostro...tuo padre volevo dire, tiene molto a me e non mi importa affatto di tuo fratello. Quanto a te, io ti amo quanto ti ama tuo padre, ma posso solo amarti come una sorella). Poi rientrò in casa turbato e rosso come un peperone indiano, mentre Sarah rimase in Terrazza, viola di rabbia e vergogna prese a mordersi le dita fino a procurarsi cicatrici.
Il giorno seguente all’ora di pranzo i Talbot erano a Tavola insieme a quattro dei loro sicari. Fra questi 4 come al solito c’era John e inoltre c’era anche una parente, la sorella della defunta moglie del boss. Ad un tratto John, che sedeva tra il padre e il fratellastro, rovesciò involontariamente un piatto di gamberetti addosso a Morris.
Questi già nervoso per i fatti suoi, dopo avergli dato dell’imbecille gli mollò un ceffone così forte da frastornarlo e farlo cadere dalla sedia. A quella vista Sarah non potè resistere e alzandosi gettò dell’acqua addosso al fratello, poi sollevò da terra John e gli tamponò il naso sanguinante. Il padre trattenne Morris e lo biasimò aspramente per il carattere irruente, poi girandosi verso la figlia la rimproverò e la separò da John. Allora Morris, davanti a tutti urlò al padre: (Non ti sei accorto papà che tua figlia, con tutti rampolli dell’alta società che può avere si è andata a innamorare proprio del tuo leccapiedi preferito? Non vedi come lo guarda, lo spoglia con gli occhi)!
Il boss impallidì poi diede uno schiaffo al figlio intimandogli di tenere a freno la lingua e trattenne Sarah che furiosa voleva saltare addosso al fratello.
Morris continuò: (Perché hai preso così a cuore quest’idiota da tenertelo incollato e non vedere lo scompiglio che ci porta? Non è che anche tu)….
Allora il boss sgridò ferocemente il figlio e gli intimò di sbollire altrove i suoi bollenti spiriti. Nell’andarsene Morris minacciò il fratellastro dicendogli che presto o tardi avrebbe risolto definitivamente la questione. Tutti i commensali rimasero sconvolti, i 3 avvoltoi presenti ridacchiarono dei padroni, mentre la zia Jane, che conosceva il segreto di John rimase impietrita da quanto appreso e quando la situazione si fu calmata volle parlare al cognato e gli disse: (Ti rendi conto di quanto sia grave la situazione? Tua figlia, a quanto pare, ama appassionatamente John non sapendo che in realtà è il fratello. Benchè lui non voglia toccare sua sorella è pur sempre un uomo. Se dovesse esser tentato continuamente…potrebbe nascerne un incesto e questo sarebbe orribile. Inoltre Morris odia a morte John e non sa neanche chi è, se dovesse succedere quel che ti ho detto, tutto finirebbe in un bagno di sangue. Tu devi allontanare John da casa).
Il boss rispose: (Non posso allontanare mio figlio, conosce tutti i miei affari, mi ha sempre protetto benissimo e inoltre ormai è un sostegno fondamentale per me. Lui resta con me finchè campa o finchè campo io).
Jane continuò: (Allora manda Sarah a studiare all’estero, per esempio in Europa. Così lo dimenticherà).
(Neanche questo posso fare), replicò Talbot. (Sarah è l’unica cosa bella e pura che mi resta, persa lei ho solo il marciume dei miei crimini, inoltre somiglia a sua madre e la mantiene viva ai miei occhi e a quelli di Morris).
(Non hai paura di quel che può fare Morris)? Disse Jane (Con il carattere che ha o prima o poi)…
(No Morris è impulsivo questo si, ma non ucciderà uno dei miei uomini. Da oggi innanzi farò in modo di mantenere tutti e tre separati ma non li allontanerò da casa).
Da quel Giorno in poi Talbot fece in modo che Sarah e John non rimanessero mai da soli insieme, e inoltre non permise a Morris neanche di avvicinarsi al fratellastro. Nonostante la sorveglianza però un pomeriggio Sarah riuscì a trovare John da solo e gli parlò: (Perché non possiamo amarci anche solo in segreto)? chiese, (Hai paura di mio padre o non hai il fegato di opporti a mio fratello)?
(Nessuna di queste cose). Rispose John, (Sarah tra noi non deve esserci niente).
(Perché non dovrebbe esserci niente, consideri le aspettative degli altri o non mi ami tu)?
(Tuo padre sa perché, chiediglielo e lo saprai).
(Se sai che mio padre lo sa vuol dire che lo sai anche tu. Voglio che sia tu a dirmelo, avanti).
(Sarah io…io non posso e basta, perdonami ) disse John e si allontanò.
Sarah si sentì respinta e rifiutata e con il tempo iniziò a nutrire rancore verso John, ebbe un esaurimento nervoso ed iniziò a peggiorare negli studi e a comportarsi in maniera aggressiva. Il padre a questo punto provvide davvero ad allontanarla da casa, mandandola a fare lunghi viaggi di studi e di svago, protetta dai cugini dei quali si fidava, in cuor suo egli cominciò a disprezzare la figlia e prese in considerazione l’idea di rivelare a lei e a Morris chi davvero fosse John. Ma a questo punto Morris approfittò della situazione per ricucire i rapporti con la sorella e prendere le redini della famiglia, così raggiunse Sarah a Stoccolma e la visitò. La ragazza fu felice di ricevere la visita del fratello e dato che si era sentita respinta da John iniziò a farsi coinvolgere dall’astio di Morris, gli raccontò per filo e per segno i loro discorsi e concluse dicendo: (Sono stata una stupida a litigare con te per quella inutilità).
Morris invece disse: (Non avevi capito che è l’amante del nostro paparino? Io l’ho sempre saputo che è dell’altra sponda e mi faceva schifo solo per questo. Però adesso che ti ha fatta soffrire ha passato ogni limite perciò voglio occuparmi di lui).
(No Morris, ti prego non ucciderlo, implorò Sarah, pestalo se vuoi però non ucciderlo).
(No tranquilla, voglio solo allontanarlo dalle nostre vite. Se gli succederà qualcosa non sarò io a fargli danno. Tu intanto torna a casa e ricuci i rapporti con Papi che ci penso io al resto).
Morris precedette la sorella nel tornare a San Francisco e andò a spiare un boss rivale e pestando uno dei suoi sgherri venne a sapere che questi stava progettando una rapina in una gioielleria. Questa era l’occasione che cercava, così poteva eliminare un pericoloso concorrente del padre, incassare un lauto bottino e avere il pretesto per sacrificare John senza passare per assassino. Nel giorno prefissato, lo stesso dell’arrivo di Sarah prese con se 3 dei suoi avvoltoi e John come guardia personale, approfittando del fatto che il padre era tutto preso dal ritorno della figlia lo tenne all’oscuro e agì senza informarlo. Quando la figlia tornò in casa il padre la accolse insieme alla zia Jane e con imbarazzo le rivelò chi davvero era John e perché lo aveva sempre tenuto nascosto. Dopo 5 minuti di sonoro sgomento Sarah si fece prendere dal panico dicendo che sapeva che Morris aveva in animo di fare qualcosa di terribile. Nello stesso momento in cui avveniva la rivelazione, Morris coi suoi sgherri irrompeva nella gioielleria assediata dai delinquenti rivali e dava inizio ad una mattanza spaventosa uccidendo di sua stessa mano in modo selvaggio i 2 figli del boss rivale, il gioielliere e 3 clienti. Dalla sua parte 2 dei suoi avvoltoi furono uccisi e John rimase gravemente ferito facendogli scudo col suo corpo. Lo spregiudicato Morris sentendo arrivare la polizia, prese tutti i gioielli che potè raccogliere, il fratellastro Moribondo e il suo sicario Harvey e riuscì a fuggire uccidendo 2 poliziotti. Quando fu lontano dal luogo del macello si nascose in un Garage e buttò per terra John cominciando a pestarlo. Harvey credendolo impazzito tentò di fermarlo, ma Morris assestandogli un calcio in faccia lo mise ko, poi si rivolse a John dicendo: (Te lo avevo detto puttanella che avremmo regolato i conti, lo stiamo facendo adesso, ora ho la scusa per eliminarti e attribuire il fatto ai rivali e la cosa più divertente è che ti sei fatto scannare per me).
John nonostante il dolore lancinante rispose: (Dimmi Morris in tutto questo tempo per cosa mi hai odiato di più, per essere a tuo dire l’amante di nostro padre, perché nostra sorella si è innamorata di me o perchè io l’ho respinta)?
Allora Morris rispose: (Nostro padre, nostra sorella? Il dolore deve farti dare i numeri. Mi fa piacere che sia così forte)!
(Suvvia), continuò John. (Davvero credi che nostro padre cerchi maschietti e perché ho respinto Sarah bella come una dea? Nostro padre un tempo aveva una bella cameriera di nome Sally Stark con cui usava divertirsi all’oscuro di Lady Crowford tua madre, io sono il risultato dei suoi eccessi amorosi. Non mi ha mai riconosciuto come suo figlio per non dare un dolore a tua madre e a voi, ma da quando mia madre morì in un incidente mi ha preso e mi ha sempre voluto con se. Quella che tu scambiavi per una relazione omosessuale è in realtà affetto paterno. Io non ho mai preteso nulla perché mi bastava essere a casa con voi, la mia famiglia).
Morris impallidì e con voce tremante disse: (bugiardo tu menti).
(Che dovevo fare secondo te, portarmi a letto mia sorella? E se lei non sapendo nulla del mio segreto si era innamorata di me io che potevo farci? Il sangue che vedi scorrere dalle mie ferite è il tuo, tu stai ammazzando con piacere tuo fratello. Invece che darmi calci e chiamarmi Morosita o Rosita perché non facevi una chiacchierata con papà)?
Morris rimase attonito e sconvolto, ma non si avvide che dietro di lui era arrivato il boss nemico di suo padre che gli sparò dicendo: (Crepa bastardo, hai ammazzato i miei figli). Poi diede il colpo di grazie a John. Ma proprio in quel momento Talbot irruppe e uccise il suo rivale e i suoi uomini, poi sconvolto dalla vista dei suoi figli morenti in una pozza di sangue si chinò su di loro gridando: (I miei figli, i miei due bei figli, no, no, Dio no)! Morris con un filo di voce disse al padre: (Papà io non sapevo, io non lo sapevo, no, no). Mentre invece John con un rigurgito di sangue implorò: (Papà aiutami, sto morendo, vedo nero, sto morendo).
Morendo i due fratelli si guardarono negli occhi, l’uno con la consapevolezza di essere un fratricida, l’altro rammaricandosi di esser stato involontariamente la rovina della sua famiglia. Morirono entrambi sentendo come ultimo suono i gemiti del padre.
Dopo la terribile tragedia e i funerali dei due amati figli di Talbot, la polizia ebbe modo di scoprire i traffici del boss nonostante il suo infiltrato. John Talbot ridotto all’ombra di se stesso e senza più la volontà di combattere si lasciò prendere senza opporsi e morì in meno di un mese di crepacuore in galera. Tre dei suoi avvoltoi decisero di collaborare con la giustizia per avere sconti nella pena e trattamenti di favore, mentre Harvey Preston prese con se la dolce Sarah e una parte del patrimonio del boss, fuggì in Canada dove cambiò identità e sposò l’unica superstite del suo clan, rendendola madre di due bambini che furono chiamati John e Morris.
domenica 24 aprile 2011
L'INVASIONE DEL REGNO DI ESMELIA
Un giorno Armares ordinò a Parsek di rapinare e distruggere un regno il cui re di nome Merovis appartenente ad una importante dinastia, in passato lo aveva sconfitto e umiliato. Così a capo di una banda di delinquenti e mostri Parsek invase il regno scatenando una feroce guerra e insieme a Plesius sconfisse l'esercito regio e tre cavalieri fatei chiamati Adenar, Berseker e Mithrenal che difendevano la famiglia reale e infine uccise lo stesso re Merovis.
Dal racconto la tremenda profezia-parte prima
Il cavaliere fateo decaduto Parsek, con la sua banda di mercenari e creature infernali arrivò nel regno di Esmelia, che secondo gli ordini del suo signore Armares doveva distruggere.
Si fermò di fronte al piccolo villaggio di Venner, che precludeva la strada alla città di Esmelia, sapendo che buona parte dell'esercito regio si era asseragliata in quel centro per precludergli il passo. Lord Adenar Mellit infatti, cavaliere fateo di indiscusso valore, si era appostato con dei soldati propio a Venner e intendeva fermare l'avanzata del sicario di Armares. Tale Adenar era il figlio di un cavaliere fateo di nome Sedrenar che 20 prima, con la sua straordinaria abilità nel combattimento e nelle arti magiche aveva permesso al re Merovis di sconfiggere il titano Armares; anche se a costo della vita. In questo grande mago guerriero riposavano le speranze del re di Esmelia, oltre a buona parte delle speranze del glorioso ordine dei cavalieri fatei, creato secoli prima dall'antico Titano Vardames, il gran maestro dell'ordine Ralk infatti, intendeva nominare Adenar suo successore, nonostante questi avesse espresso dissenso.
Allora Iridan Plesius, cavaliere oscuro maestro di Parsek intimò al suo allievo di fermarsi, perchè intendeva liberargli la strada con il colpo che aveva incenerito un intero villaggio e lo aveva reso famoso e odiato da tutti: la bombarda simka. Salito su una collinetta iniziò a concentrarsi ed a formare una sfera di fuoco fatuo che si ingrandiva sempre più.
Plesius comunque ignorava che anche Adenar conosceva questa mortalissima tecnica, e aveva deciso di annientare il Simka Parsek e i suoi seguaci proprio con una tecnica simka. I due cavalieri fatei prepararono contemporaneamente la bombarda e la scagliarono contro la banda nemica sicuri della vittoria. Le due sfere di energia compressa si scontrarono, danzarono crepitando nell'aria e furono poi, a causa della pressione, proiettate in alto nel cielo, dove si annichilirono a vicenda, generando una spaventosa esplosione la cui onda d'urto sradicò alcuni alberi dal terreno; e il fulgore e il boato furono percepiti a distanza di chilometri.
Sia fra le fila di Parsek che di Adenar si diffuse il panico e molti caddero tramortiti al suolo. Lo stesso Parsek dopo essere rimasto frastornato si riebbe e comprese ciò che era successo, ma determinato a distruggere i nemici e saccheggiarne i beni spronò i suoi seguaci a riprendersi; poi utilizzò una tecnica chiamata pioggia di stelle per colpire il villaggio di Venner e i soldati che lo presidiavano. Varie raffiche di fasci di scintille si abbatterono su Venner demolendo alcune case e diffondendo il terrore fra i soldati di Merovis. Un soldato spruzzando d'acqua il volto di Adenar riuscì a farlo rinvenire dicendo: Mio signore Lord Adenar riprendetevi. Stiamo subendo uno spaventoso bombardamento stregonesco e senza il vostro aiuto verremo sbaragliati. Dopo un attimo di ottenebramento mentale Adenar ritornò in se e disse al suo servitore: Non perdetevi d'animo, contrastate il nemico per il bene della vostra gente, dei vostri genitori, dei vostri fratelli, delle vostre mogli, dei vostri figli. Se doveste essere sopraffatti ripiegate verso Esmelia. Io rimarrò qui, tenterò di uccidere parsek. Se ammazzi il capo branco i lupi fuggono via". Con Risolutezza Adenar si rialzò e impiegò la psicocinesi, arte di cui era esperto per ritorcere i fasci di stelle contro i mostri e i banditi di Parsek che stavano penetrando nel villaggio, ammazzandone parecchi. A quel punto Parsek furioso si precipitò a combattere direttamente Adenar, si parò di fronte all'avversario e disse: E' un onore per me fare la tua conoscenza Lord Adenar. Tu, figlio di colui che sconfisse il mio Signore, sei conosciuto come uno tra i più valenti cavalieri fatei. Ma non sopravviverai a questo conflitto, perchè io Parsek ti sviscererò oggi davanti ai tuoi soldati".
Il cavaliere fateo stizzito rispose: E' uno schifo indicibile per me vederti Parsek. Tu, che hai tradito i nobili insegnamenti dell'incomparabile Mylvius per apprendere le maligne diavolerie di Iridan Plesius, la più grande vergogna dell'ordine. Non far promesse che non puoi mantenere mocciosetto.
I due cavalieri fatei si scontrarono in duello con le loro luccicanti spade fantasma. Parsek rivelò di avere una forza mostruosa e di essere estremamente violento, nel combattimento riuscì ad assestare al rivale parecchi calci e pugni. Nonostante questo, Adenar abilissimo spadaccino gli tenne testa senza abbattersi e alla fine riuscì ad atterrarlo. Allora Parsek si rialzò e decise di usare il potere ereditato dal titano Veesnar di cui aveva bevuto il sangue: Il fuoco sacro del dragone , così lanciò contro il rivale due potenti fasci di fuoco.
Adenar venne scaraventato contro una parete e fu sul punto di essere incenerito perchè il suo scudo fantasma non reggeva la pressione. Ma alla fine il cavaliere fece ricorso alla sua potente psicocinesi e oltre a smorzare la furia delle fiamme, fece perdere l'equilibrio a Parsek costringendolo ad interrompere l'attacco. Poi sollevò da terra il cavaliere oscuro e lo scagliò per aria, facendolo cadere da una scalinata.
Spezzati l'osso del collo bastardo. Ridacchiò Adenar, ma quando si avvicinò per finirlo si trovò davanti Iridan ripresosi dallo shock della bombarda e venuto in soccorso del discepolo.
Adenar iniziò a deriderlo: Un vecchietto di 87 anni non dovrebbe cercare battaglie da combattere. E' già molto se dopo lo sforzo della bombarda simka sei ancora in vita. Pensi che con le stanche membra che ti ritrovi potrai tirare di spada con me Plesius"?
"Francamente si, rispose plesius. Io ero uno dei più valorosi cavalieri fatei quando tu neanche esistevi. Forse non avrò la forza di un tempo, ma ho ancora l'abilità necessaria a romperti la schiena damerino".
I due iniziarono a combattere accanitamente dando prova di essere ambedue valenti combattenti. Nello scontro Iridan non potè fare a meno di notare la profonda abilità di Adenar e si complimentò con lui per la sua conoscenza delle arti della cavalleria oscura, grazie alle quali aveva potuto usare la bombarda simka. Questi gli rispose di non aver nulla a che vedere con i Simka e la loro perfidia; dichiarò di essere figlio di Sedrenar e discepolo preferito di Barnby Ralk.
Plesius però gli disse: "invece caro mio sei ad un passo dal diventare un cavaliere oscuro, però io non amo la concorrenza e non permetterò la presenza di un altro maestro simka. L'unico ammesso oltre a me è il mio allievo Parsek, perciò tu morirai qui e subito".
Adenar dal canto suo replicò: Sono io che non posso risparmiarti Iridan, nonostante la tua dolorosa storia mi ispiri compassione. E c'è inoltre una cosa che non hai considerato: Ad un vecchio come te occorre molto tempo per riprendersi dallo sforzo della bombarda simka. Un uomo di 30 anni come me, invece, si riprende molto prima".
Detto questo spezzò la spada fantasma di Iridan e lo atterrò, ma prima che potesse trafiggergli il petto ricevette un violento calcio al fianco destro che lo stramazzò a terra.
Parsek ripresosi dalla violenta caduta di prima era sopraggiunto in aiuto del maestro.
Mi hai dato una bella batosta Adenar, disse Parsek. Ammetto di averti sottovalutato, non posso eliminare con le "buone" qualcuno come te, adesso userò le cattive.
Detto questo si scagliò con violenza contro il rivale e dopo un lungo e duro combattimento riuscì a trafiggerlo.
Il malvagio cavaliere oscuro disse esultante: Ti avevo promesso poco prima che ti avrei sviscerato, come puoi vedere io mantengo la parola.
Adenar agonizzante rispose: "io sto morendo per tua mano bastardo assassino, ma non illuderti, un giorno riceverai la punizione che meriti per mano di chi meno ti aspetti. Poi spirò.
I soldati del re Merovis, terrorizzati dalla morte del loro valoroso comandante e sopraffatti dai lupi mannari e i minotauri di Armares ripiegarono verso la loro città.
Parsek li inseguì e giunto davanti alle porte sprangate adoperò dei fulmini e il fuoco di sant'Elmo per sfondarle, dopo di ciò con i suoi mostri penetrò in città e cominciò a massacrare sia i soldati che gli inermi civili. Ad un tratto però una violentissima raffica di fulmini colpì lui e i suoi sgherri costringendoli ad indietreggiare, perchè un'altro cavaliere fateo di nome Berseker Fulves era apparso a contrastarne il cammino. Costui era molto abile nelle emanazioni di energia quali fulmini e raggi di luce, oltre che nei salti acrobatici. Berseker iniziò a bersagliare Parsek e la sua banda di Criminali e mostri con raffiche elettriche e dardi spettrali, dando così tempo agli sconfitti soldati di Merovis di trarre in salvo i civili e i feriti. Con lui rimase solo un manipolo di coraggiosi che vollero affiancarlo nella lotta contro gli invasori. Ad un certo punto però Parsek si mosse all'attacco materializzando un'ascia fantasma e scagliandosi con violenza contro Berseker, tentò di assestare al rivale calci e pugni come aveva fatto con Adenar, ma questi li respinse e mise a segno un destro micidiale, poi si diede ad uccidere molti dei mostri che accompagnavano il simka . Ma Parsek rialzatosi si infuriò e si scagliò nuovamente su Berseker, riuscendo questa volta a metterlo in difficoltà, spezzando la sua spada fantasma e atterrandolo.
Parsek disse con orgoglio: Sai combattere bene cavaliere fateo dei miei stivali, ma ora creperai come il tuo compagno Adenar, perchè con me è impossibile prevalere". Ciò detto si apprestò a decapitarlo con la sua ascia fantasma.
Ma Berseker frenò con le nude mani il fendente, dicendo: Chissà quale inganno hai usato contro Adenar, devi averlo colpito alle spalle, mentre Plesius lo impegnava presumo. Ad ogni modo adesso lo vendicherò".
Berseker spezzò con il taglio della mano l'ascia fantasma di Parsek, poi lo prese per il collo e iniziò a strangolarlo, nonostante il cavaliere oscuro si dimenasse e scalciasse selvaggiamente. Il cavaliere fateo disse ironicamente: Se non sbaglio prima volevi parlare di decapitazioni. Cambiamo argomento adesso e parliamo di strangolamenti!
Ma in quel momento un fulmine di Plesius lo ferì alla mano costringendolo a mollare la presa.
L'oscuro maestro di Parsek utilizzò sull'indomito Berseker una tecnica chiamata Ragnatela simka, così con delle sottilissime fune fantasma lo immobilizzò. Iridan disse: Facevi lo spiritoso con il mio discepolo, ma non hai tenuto conto di me come dovevi, e hai fatto così lo stesso errore di Lord Adenar. Adesso lo raggiungerai all'inferno perchè ti farò sventrare da Parsek.
Parsek si avvicinò con la spada fantasma e un sorrisetto maligno, ma prima che potesse menare il fendente Berseker disse orgoglioso che stava per diventare padre e come Sedrenar aveva fatto a suo tempo con Adenar, così lui avrebbe garantito a suo figlio un regno prospero e tranquillo e ne avrebbe fatto il suo erede. Poi emise delle potenti scariche elettriche rompendo i fili spettrali che lo legavano e travolgendo inesorabilmente sia Iridan che Parsek, stava per giustiziarli entrambi quando uno dei delinquenti di Parsek gli lanciò un sasso in testa frastornandolo. Allora Parsek profittò dell'occasione, prese per i capelli Berseker e gli disse: Quanti bei progetti hai! Ma lo sai che a volte le cose non vanno come desideri, dato che nella vita accadono degli imprevisti. E guardandolo negli occhi lo decapitò.
La magnifica città di Esmelia era in rovina. I mostri di Parsek avevano ucciso e mangiato parecchie persone, mentre i delinquenti avevano rapinato e appiccato il fuoco. Solo il palazzo di re Merovis resisteva difeso dalle sue ultime guardie. Parsek con i suoi delinquenti e i lupi mannari ne sfondò le porte e penetrò alla ricerca di re Merovis, ma si trovò davanti un bel cavaliere fateo molto somigliante a lui nell'aspetto di nome Mithrenal Rif che gli precludeva la via per la sala del trono. I due si scontrarono tenendosi testa a vicenda, ma ad un certo punto Parsek iniziò a prevalere e mise in difficoltà Mithrenal riuscendo anche a ferirlo ad un fianco. Il cavaliere fateo si accasciò al suolo e Parsek ritenendo già sua la vittoria lo derise dicendogli che avrebbe raggiunto i suoi compagni, poi si preparò ad ucciderlo. Ma Mithrenal lo fece volar via con un potente attacco telecinetico e rialzandosi seppur a fatica gli rispose: "per noi cavalieri fatei è onorevole morire difendendo la patria, la famiglia, gli indifesi e i deboli. I miei compagni dal cielo ridono di te Parsek, perchè sanno che sarai dannato in eterno. A spedirti all'inferno sarò io Mithrenal, con l'incantesimo che ha eliminato Zernames, padre del tuo signore Armares.
Detto questo iniziò a formare una aureola di energia che sembrò mutarsi in una balestra e pronunciò un nome memorabile: Vai Arco Delle Sette Luci.
Propio in quel momento Iridan Plesius si parò a difesa del discepolo sovrapponendo due scudi fantasma e tentando di parare l'attacco. Ma l'incantesimo ruppe gli scudi e attraversandolo in verticale gli sfondò il busto e ne appiccicò i visceri al soffitto.
A quella vista Parsek si infuriò e con due sciabole fantasma mozzò le braccia a Mithrenal, e poi lo incenerì con il fuoco del dragone. Eliminati tutti i magici protettori, re Merovis, anche a corto di soldati rimase senza protezione. Parsek lo raggiunse nella sala del trono vedendolo impegnato a squartare dei banditi e 2 mostri che lo aggredivano. Quel valore battagliero non lo stupiva, sapeva che si trattava di un re che proveniva da una stirpe di guerrieri. Parsek gli gridò: Tempo fa, grande re, hai tenuto testa ad Armares con un solo cavaliere fateo, ora ne avevi ben tre e nessuno di essi ti ha salvato. Io sono Parsek Avelia, il più grande cavaliere Simka mai esistito e ti ucciderò qui, davanti al tuo trono".
Vieni avanti stregone, rispose il re. Non morirò come un maiale terrorizzato nelle mai di un macellaio, dovrai sudare sangue per avere la mia testa. Vieni e ti mostrerò come sa morire un re.
Parsek disse: Non morirai come un maiale, no. Sei peggio di un maiale. Ma improvvisamente un colpo in testa gli ottenebrò i sensi. Hagendolf, figlio di Merovis e principe ereditario aveva aggredito Parsek alle spalle e adesso lo stava strangolando. Parsek riuscì faticosamente a reagire e con la telecinesi scagliò Hagendolf contro una colonna rompendogli l'osso del collo.
NNoooo Hagendolf, gridò re Merovis. Maledetto bastardo io ti ammazzo" e si precipitò contro Parsek, ma questi lo abbattè con dei fulmini.
Grande re dove è finito il tuo valore? Stai morendo come un cinghiale ferito disse Parsek e calando un fendente decapitò lo sfortunato Merovis.
Il regno di Esmelia era finito. Il tramonto di quella giornata segnava anche il tramonto di una importante dinastia. Gli sgherri di Parsek portavano con se un consistente bottino di ricchezze e schiavi che avrebbero fatto la felicità di Armares. Parsek riservò per se una preda soltanto: la giovane figlia del re Luzinda, alla quale accarezzava incantato i lunghi capelli biondi mentre giaceva priva di sensi.
Un servo gli disse" Mio signore,avete ancora le mani sporche del sangue di suo padre e la accarezzate?
Io le farò dimenticare il male che ho fatto, rispose Parsek. Le ho tolto un regno le donerò un impero, le ho tolto il padre e il fratello le donerò dei figli, le ho tolto il suo popolo le donerò tutti i popoli del mondo. Ho trovato la regina con cui voglio dividere la gloria".
Ecco la storia da cui ho tratto questo racconto.
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