martedì 27 agosto 2013

Il Risorto- sequel de lo sfregiato.




Era una bella giornata d’inverno in Florida, il cielo era terso e il sole splendeva alto, asciugando i campi fradici per la tempesta appena passata.  Tom era seduto all’entrata di casa, meditando sul passato.  Erano passati 4 anni dal giorno in cui era uscito di scena salvando Rachel, giorno che aveva segnato la fine della sua carriera di Bandito. Quando era caduto nelle cascate il suo fedele cavallo Thunder aveva seguito la corrente galoppando a più non posso finché profittando di un punto in cui il fiume faceva un’ansa in un terreno pietroso e poco profondo, era riuscito con gran fatica a ripescarlo. In seguito era stato soccorso da Falco tonante, uno sciamano indiano che viveva in solitudine e da molti era ritenuto  pazzo perché predicava pace e misericordia in un mondo crudo e violento, in bilico tra due civiltà in conflitto. Questi lo aveva portato nella sua tenda, aveva curato le sue ferite e gli era rimasto accanto per un mese. Per tutto quel tempo Tom era rimasto tra la vita e la morte, lottando disperatamente per sopravvivere, finché non si risvegliò. L’amabile predicatore indiano faceva così con chiunque incontrasse in difficoltà, senza badare al colore della pelle. Ognuno era per lui  qualcuno da aiutare, perché sognava di cambiare il mondo con un insegnamento nuovo. Era vissuto presso i Lakota anche se aveva origini Urone. Fin da piccolo Tom aveva sentito parlare di lui credendo che fosse una leggenda, si rese conto che era reale il giorno in cui uscì dal coma, e si meravigliò di come potesse davvero esistere un uomo tanto pazzo. Il misterioso individuo lo rimise in sesto, gli rimproverò la sua vita passata a combattere e depredare, perché sapeva chi era, poi gli diede un amuleto e gli disse di allontanarsi dal Minnesota e andare in Florida in una cittadina chiamata Shermer, dove c’era un convento in cui avrebbe potuto trovare asilo. Li viveva una persona che lo avrebbe aiutato a cambiare vita, come ultima cosa gli disse che presto o tardi il suo passato sarebbe tornato a tormentarlo come meritava. Spinto dalla disperazione perché ormai non aveva dove andare e braccato dalle autorità Tom ubbidì  e rifugiatosi in Florida andò a Shermer dove alla porta del convento indicato trovò una giovane suora dagli occhi più blu di uno zaffiro, che lo accolse dicendogli “ti aspettavo, mostrami l’amuleto”. Si chiamava Suor Emily una monaca che da bambina era stata soccorsa da Falco Tonante e riceveva quanti da lui le venivano inviati, perché collaborava al suo progetto di redenzione, affermò di esser stata avvertita in sogno dell’arrivo di Tom, Diceva sempre: “la luce può illuminare anche le tenebre più profonde, anche il più miserabile dei peccatori può redimersi”. Forse era pazza anche lei, ma di fatto, sotto la guida di suor Emily Tom trovò pace e conforto, imparò a provare sentimenti diversi dall’odio e la rabbia che lo avevano sorretto fino ad allora e incontrò la fede divenendo cristiano, si era anche trovato una piccola casetta e viveva lavorando per quella piccola comunità. Adesso poteva riflettere sul passato: si era unito ai lupi neri perché voleva liberarsi dalla condizione di schiavitù e sottomissione, non voleva più essere una vittima, e aveva deciso di fare il bandito . Ricordava ancora il tremito che aveva provato uccidendo Mark Sherman, era la sua vera natura che si ribellava, ma lui l’aveva soffocata per inseguire il suo sogno di libertà e potere, e si era dato a crimini e rapine perché voleva essere temuto piuttosto che sottomesso. Tuttavia considerando quanto era accaduto e l’odio e le taglie che si era guadagnato, poteva dedurre di non averne ricavato nulla, e adesso provava un doloroso senso di rimorso. A shermer però nessuno lo isolava, anzi era ritenuto piuttosto utile, perché oltre a svolgere molti lavori sbaragliava anche i malviventi più pericolosi e spesso a mani nude, dando un prezioso aiuto allo sceriffo che poteva dormire su 7 cuscini, dopotutto non aveva dimenticato le sue abitudini e  naturalmente usava un falso nome e non aveva rivelato di essere la terribile Mangusta, si faceva chiamare Jack Lohan. Si era fatto due amici squinternati un vecchio e un ragazzo di nome Bob e Charlie. Bob diceva di esser stato in gioventù un esperto pistolero, e anche da vecchio sapeva sparare bene. Charlie invece non vantava nessuna abilità particolare, ma affermava di voler diventare uno sceriffo il che divertiva molto Tom.  In quel piccolo villaggio il tempo trascorreva lieto, e Tom lentamente si stava rifacendo una vita, si era reso popolare vincendo due gare di tiro al bersaglio, (nelle altre perdeva apposta per non vincere sempre), e per aver battuto a braccio di ferro un gigante di nome Jassie “che però gli aveva quasi spezzato il braccio”, tanto che ebbe dolori per quasi un mese. Una volta uccise a frustate dei lupi che stavano per sbranare un boscaiolo.  Aveva anche imparato a leggere, scrivere e far di conto cose che prima neanche si sognava.  A volte Tom e  i suoi due  amici si davano a lunghe cavalcate e pick nick , ritornando sul far della sera.  Un giorno i 3 allegri amici erano usciti a cavallo proprio per una di queste allegre scampagnate, erano felici e senza preoccupazioni e trascorsero allegramente la giornata anche se Tom aveva un brutto presentimento.  Quando ritornarono al villaggio però, videro uno strano fumo che saliva dalle abitazioni e udirono in lontananza come delle grida. Tom con il cuore in gola incitò Thunder alla corsa e gli altri 2 lo imitarono; quando arrivarono videro una scena apocalittica: (molti uomini giacevano a terra, e buona parte di essi erano morti, alcuni cadaveri erano barbaramente scotennati alla maniera degli indiani. La banca aveva subito una rapina, l’ospedale era in fiamme e il medico che vi lavorava era stato trucidato, donne e bambini erano stati rapiti). Tom camminò inorridito in mezzo a madri, mogli, figlie che piangevano in preda al dolore, e la sua mente balenò al tempo in cui era lui a causare queste cose e peggio ancora ne andava fiero, il suo sguardo si posò sulla chiesa e l’attiguo convento, entrambi in fiamme, e in lontananza distinse con orrore il corpo di suor Evelyn steso in mezzo ad altri cadaveri. Di corsa la raggiunse e la prese in braccio sussurrandole che era tutto finito e ci avrebbe pensato lui, lei moribonda gli rispose ”Tom il tuo passato è tornato a cercarti, noi abbiamo pagato per averti dato asilo, poi la povera donna chiuse gli occhi e spirò. Tom che neanche aveva capito nulla rimase a mormorare no..,no..,no quando alzando gli occhi rabbrividì vedendo una A incisa sull’entrata del convento, si avvicinò e la guardò bene e vide che era stata incisa con un coltello affilato, era lo stesso marchio che lui lasciava tempo addietro per firmare il suo passaggio. Le gambe iniziarono a tremargli tanto che cadde in ginocchio, fu allora che vide proprio sotto il marchio uno strano amuleto indiano, lo prese e ne riconobbe ad occhio la fattura: era un amuleto Cheppewa. Cosa significa questo? Si domandò i Cheppewa abitano a nord del Minnesota, qui siamo nella lontanissima Florida dove abitano i Seminole, indiani diversi per lingua, razza e cultura, e cosa c’entra questo marchio? Due giorni dopo vennero celebrati i funerali e Tom per la prima volta pianse, pianse e se ne meravigliò, fin da bambino non aveva mai osato dato che gli era stato insegnato dai Sioux a non farlo mai. Invece in quell’occasione pianse perché suor Emily che gli aveva dato la possibilità di cambiare era stata uccisa e lui non l’aveva difesa.  Il giorno dopo ci fu un discorso pubblico sulla piazza, e li il sindaco fece parlare 2 testimoni, il parroco ferito e una bambina, Lilly testimone dell’omicidio di suor Evelyn. Padre Conor disse che a devastare il villaggio era stata la banda dei LUPI NERI, capitanata dal famoso Joe Morrison!!! A questa affermazione Tom rimase sconvolto, perché sapeva che i lupi neri si erano sciolti il giorno in cui lui era ufficialmente “morto”. Poi parlò la bambina  che disse che Suor Evelyn era stata uccisa da un uomo che si diceva LO SFREGIATO, aveva una frusta con cui disarmava e atterrava i nemici con una velocità incredibile e poi li finiva con la pistola, aveva ucciso un uomo con un solo dito. Lui aveva preso per il collo suor Evelyn che voleva proteggere i parrocchiani sollevandola da terra e le aveva detto che era il terribile sfregiato, un tempo chiamato Mangusta, ritornato a nuova vita,, poi le aveva piantato il coltello nel petto. E finendo la frase la bambina scoppiò in pianto. Quando Tom udì queste parole quasi svenne, tanto che venne sorretto da Bob, balbettava fra se e se: non può essere…..non può essere. Prese allora la parola un uomo che disse che tale sfregiato era stato ucciso da uno sceriffo chiamato Joseph Hudson 4 anni fa e che nessuno risorge dalla morte a parte Cristo; terminò asserendo che la bambina doveva aver strasentito e non era lucida abbastanza da ricordare. Il sindaco rimase perplesso e fece di nuovo parlare la bambina che descrisse accuratamente il brigante: ( aveva una giacca a frange piena di strane decorazioni, parlava una lingua indiana, aveva una collana indiana e una piccola cicatrice sulla guancia sinistra). Poi venne portato il cadavere di un bandito ucciso nella sparatoria e venne mostrato al pubblico e alle autorità presenti. Tom lo riconobbe, era Teddy Fisher uno dei suoi vecchi compagni. Poi si allontanò dalla folla e vomitò. I due amici lo soccorsero e lo portarono a casa, poi gli domandarono la ragione di tanta angoscia da parte di un uomo come lui che sembrava di ferro. Tom non volendo più tacere parlò chiaramente ai suoi 2 amici e raccontò loro tutta la sua storia, dalla nascita a quando aveva salvato Rachel, disse loro che mai si sarebbe aspettato una ricomparsa dei lupi neri e che il brigante visto dalla bambina non poteva essere lo sfregiato perché lo sfregiato era lui, lui inoltre non aveva mai ucciso gente indifesa a sangue freddo tanto meno una suora, ma solo avversari pericolosi e degni di lui, era sempre Morrison a inire chiunque si trovasse davanti. Poi scoppiò in pianto. I due compagni rimasero esterefatti, poi Bob gli prese le mani e lo supplicò di dire che vaneggiava e non era vero nulla. Tom però rispose che non poteva più tacere il suo passato visto quanto era successo. Allora i 2 rimasero senza parole per un po’, poi uscirono di casa e lasciarono Tom da solo, a questi poi non importava nulla che potessero dire tutto e farlo arrestare perché era come inebetito e rimase così fin quando realizzò che Falco Tonante aveva detto il vero: il suo passato era tornato a perseguitarlo e ora lui doveva affrontarlo. Prima dell’alba Tom si alzò, fece il suo solito bagno, si cosparse con l’unguento indiano che solitamente usava quando era un brigante, indossò i vecchi vestiti decorati di amuleti e prese la sua pistola, la frusta e il coltello. Si guardò allo specchio, ora era di nuovo la Mangusta. Ferrò Thunder , fece i bagagli e partì che era ancora buio. Uscendo dal villaggio si trovò davanti Bob e Charlie che sembravano sbarrargli la strada, li fissò negli occhi e disse loro:
TOM: Credevo che ormai avreste capito chi sono davvero
BOB: “Si sporco bastardo che lo sappiamo. Stai Tornando dai tuoi compagni?
TOM: “Ho un conto in sopeso con i lupi neri, solo io posso fermarli, solo io conosco le loro mosse”.
BOB: “ Sicuro che invece no vuoi rinsaldare antichi legam”?
TOM: “Non ti biasimerei se non mi credessi, rispose Tom però tu sai cosa ho fatto per voi in questi anni, e inoltre perché avrei dovuto scoprirmi con voi quando potevo rimanere tranquillo”.
BOB: “Noi abbiamo deciso di unirci a te”.
TOM: “ Non è possibile, vado incontro a banditi spietati che uccidono uomini come scarafaggi, o ancora più volentieri. Non è una scampagnata. Inoltre non vi conviene girare coi delinquenti”.
CHARLIE: “Noi non sappiamo com’eri 4 anni fa, né cosa hai fatto, ma ti conosciamo per quello che sei stato qui, un uomo tra i migliori. Non sei stato tu a spargere morte al villaggio, c’era la tua gente che hai sempre protetto. Dobbiamo farci le ossa nella vita, o prima o poi i banditi li incontreremo no!

Tom tentò di dissuadere Bob e Charlie ma non ci fu verso, e così permise loro di venire con lui. Al galoppo i 4 partirono. Frattanto nell’innevato Minnesota, mèta di Tom e precisamente a Great falls Town, Rachel stava preparando il pranzo per il marito e il figlioletto che si trovavano nella bottega di ferramenta, ormai aveva dimenticato il terrore dei giorni in cui fu rapita, ma non aveva dimenticato quel che Tom aveva fatto per lei. Portava sempre il braccialetto che le era rimasto come ricordo della mangusta e lo esibiva fiera alle amiche dicendo che a sconfiggere i lupi neri era stato il padre. Improvvisamente trasalì sentendo rumore di spari, e accorse fuori vedendo che dei banditi erano giunti a devastare la città, e quasi morì dallo spavento vedendo Joe Morrison. Con terrore indicibile corse alla bottega di ferramenta del marito e gli gridò di nascondere il bambino perché i lupi neri erano tornati, non fece in tempo a finire la frase che già sentì alle sue spalle qualcuno che entrava, insieme ad un forte profumo di balsamo alle erbe, simile a quello che aveva lo sfregiato e che lei ricordava ancora. Si voltò lentamente e vide con somma sorpresa la Mangusta. Colbert prese il fucile e intimò al bandito di non avvicinarsi alla moglie. Questi  non si curò minimamente del tono minaccioso e dell’arma del bottegaio. Dopo alcuni Minuti Rachel si avvide che l’uomo che aveva davanti non era Tom. I capelli erano neri e non rossi, gli occhi erano grigi non verdi, la collana e il mantello pur essendo tipicamente indiani  non erano comunque del tipo che aveva Tom, e infine la voce che sentì nella risposta (a che ti serve quella caffettiera) era completamente diversa. Quell’uomo non era la mangusta, non quella che lei aveva conosciuto, anche se gli somigliava moltissimo. Colbert sparò risoluto, ma il bandito con un velocissimo schiocco di frusta, deviò il proiettile e poi colpì di striscio Rachel che andò a terra e svenne.  Il bottegaio rimase così scioccato che tremolante lascò cadere il fucile e cadde seduto all’indietro così che all’invasore bastò avvicinarsi e dargli un calcio nelle tempie per farlo svenire, indi il bandito si avvicinò al terrorizzato bambino e gli fece una carezza facendolo svenire di terrore. Subito dopo entrò Morrison che sorrise compiaciuto e osservando Rachel disse al subordinato
MORRISON: “Sai la conosco questa puttanella, è quella che ha fatto impazzire la mangusta che avevo prima”.
SFREGIATO: “Allora la voglio per me”!
MORRISON: “Tranquillo Jerry, questo e molto di più avrai”.
Di li a poco Rachel rinvenne e vide di fronte a se il tremendo bandito che la aveva catturata, subito iniziò a dimenarsi e a urlare, ma il bandito ridendo le disse che non poteva opporsi e le conveniva collaborare, poi aggiunse
SFREGIATO: “Tuo marito, tuo padre , tua sorella e tuo figlio sono miei prigionieri se può importartene qualcosa”.
RACHEL: “ Che vuoi d me”?
SFREGIATO: “Te, perché sei quella che ha rovinato il mio predecessore. Poi guardando il braccialetto aggiunse: Ancora non lo hai dimenticato”.
RACHEL: “Io non ho rovinato nessuno, lui mi ha solo salvata, quanto a te puoi avermi solo prendendomi con la forza”!
SFREGIATO: Posso farlo, ma mi piacerebbe un po’ di collaborazione; dopo tutto potresti  cambiare il destino dei tuoi. Per tuo padre non credo ci sia molto da fare, perché si è vantato di aver sconfitto i Lupi Neri, prendendosi il merito di dissidi interni, e ora il vecchio Joe vuole darlo da mangiare ai cani. Tuo marito non lo voglio io tra i piedi, ma posso risparmiare tua sorella che non verrà toccata dai miei affamati compagni, e tuo figlio che potrà crescere con te.
RACHEL: “Potrai far di me ciò che vorrai e io ti darò piena condiscendenza, ma ti supplico salva tutti e quattro loro e gli altri prigionieri”.
SFREGIATO: “ Mi dispiace bambolina, ma è già molto che risparmi tua sorella e tuo figlio, Morrison è nero e vorrebbe morti anche loro”, poi respinte ulteriori suppliche le disse che considerava l’accordo stabilito poi le strappò il braccialetto dicendo che gli apparteneva.
RACHEL: “Tu non hai nulla in comune con quell'altro”.
SFREGIATO: “E che ne sai tu di quello? Era proprio come me. Due giorni chiusa qui dentro senza bere e mangiare ti renderanno più ragionevole., E se ne andò chiudendola nel capannone.

Rachel rimase in quel capannone per un tempo che le parve lunghissimo, legata, al buio, senza mangiare e al freddo, mentre fuori infuriava una bufera di neve. Con il tempo la fame si fece sentire e il freddo cominciò a penetrarle nelle ossa, rendendo la detenzione insopportabile.  Oltre tutto il pensiero che il padre e il marito sarebbero stati uccisi la faceva impazzire, ma la giovane donna sapeva bene che quegli spietati banditi avrebbero potuto impiccare anche il figlio e la sorella, quindi le conveniva sottomettersi  per salvare almeno parte della sua famiglia, così rimase in quella gelida solitudine a piangere disperatamente, finché non si addormentò.  Dopo alcune ore fu svegliata da delle voci e sentì un forte profumo di balsamo alle erbe, dopodiché la porta si spalancò e l’argentea luce della notte gelata disegnò la sagoma della mangusta, col cappello decorato di piume e l’ampio mantello. Rachel rimase terrorizzata e pensò che il criminale fosse venuto a prenderla, ma subito dopo Charlie e Bob fecero luce con una lampada e cambiarono il terrore della ragazza in profondo e incredulo stupore. L’uomo di fronte a lei era proprio Tom, quello che l’aveva salvata un tempo e adesso le stava sciogliendo le corde dicendo
TOM: “ Chissà perchè ogni volta devo trovarti legata, è un vizio”?
RACHEL: Tu…tu …sei morto…
TOM: Ah allora è così che mi preferivi! disse tom. Poi consegnò Rachel a Bob ordinando di metterla al sicuro e ribadendo che all’alba avrebbero attaccato. Lentamente venne il mattino, e sulla piazza del villaggio era pronta un’ impalcatura con dei minacciosi cappi. Furono portati al patibolo i condannati, con un sottofondo di pianti e singhiozzi, un sottofondo che Morrison adorava. Morrison domandò allo sfregiato se voleva ancora scegliersi degli schiavi, ma questi gli rispose che in qualche modo la sciacquetta era fuggita quindi non voleva più fare prigionieri. Bene, disse Morrison, non preoccuparti per lei la troveremo e la violenteremo a morte, intanto godiamoci lo spettacolo. Poi si avvicinò allo sceriffo Hudson, lo guardò negli occhi e gli disse che i lupi neri erano immortali, gli sputò e diede il via. Gli sgabelli furono fatti rotolare e  i condannati penzolarono con spasimo indicibile. Ma prima che soffocassero si udì una voce gridare: Fermi!!! Subito dopo risunarono degli spari e le corde dei cappi si spezzarono tagliate da proiettili. Morrison si voltò e con stupore indicibile vide Tom. I due rimasero a fissarsi come ipnotizzati, mentre insieme a Charlie e Bob sbucarono dal nulla uomini dei villaggi confinanti che spararono ai delinquenti, scatenando un battaglia. Tom disse a Morrison “seguitemi” e si allontanò al galoppo.
Morrison e il suo nuovo sfregiato lo seguirono immediatamente fino alle cascate dove i Lupi neri erano stati sbaragliati anni prima. Morrison disse
MORRISON: “Tom, tu che per me eri un figlio ti sei rivoltato e mi hai tradito”! 
TOM: “io ti avrei tradito, sono stati i tuoi sgherri a tentare di uccidermi solo per aver avuto pietà di due donnicciole”.
MORRISON: Come hai pouto salvarti?
TOM: “Mi ha salvato uno sciamano, e questa brutta copia dove la hai  rimediata”?
Allorche l’altro sfregiato parlò: Non ti ricordi di me Thomas? Sono Jeremy Pentelton, quello che chiamavate Jerry lo zoppo. Fui rapito con te dai Lakota, ma poi io e mia madre fummo dati ai Cheppewa in cambio di prigionieri. Tom ricordò di colpo un ragazzino fragile e zoppo che era con lui fra i prigionieri dei Sioux
TOM: “Jerry come hai fatto a ridurti così”?
JEREMY: Sopravvivendo mio caro come hai fatto tu! aggiunse Morrison. Io lo ho riscattato e ne ho fatto un duro a cui nessuno può comandare o infliggere pene. E adesso lui ti dimostrerà quanto e forte uccidendoti. Lui un burattino nelle tue mani? Disse Tom. Lui è ancora più forte di quanto eri tu, potrai sperimentarlo ora, perché. …d’improvviso Morrison s’interruppe con un gemito, a causa di un proiettile che lo aveva colpito al cuore, rantolando per terra si rese conto che stava morendo, e alzò gli occhi verso il suo assassino, non già  Thomas, bensì Jeremy che lo guardava sogghignando. Tu ...tu…ma cosa?!….pago per le mie colpe morendo ucciso dai miei figli. Due uomini, lo, stesso nome, lo stesso tradimento! Detto questo spirò. Allora Jerry esclamò: Il re è morto, evviva il re. Non sono un burattino per nessuno. Tom invece disse ” Non sono io che ti ho ucciso Joe”, poi  si volse al rivale dicendogli: Sei tutto pazzo Jerry
L’altro rispose in lingua Cheppewa: “Tom tua madre è morta con il conforto della sua fede cristiana, nel suo lettoLa mia è stata stuprata di fronte a me, poi è stata uccisa da suo figlio. Un guerriero mi ha guidato le mani nonostante resistessi, mi ha fatto scagliare una freccia e poi mi ha applaudito. E quello è stato il giorno in cui per dilegio, mi venne fatta questa cicatrice. Sono sopravvissuto all’inferno che è seguito solo per diventare te. La donna che tu hai salvato somiglia moltissimo a mia madre, per questo la volevo, per proteggerla in eterno”.
Dopo essere rimasto allibito Tom rispose: Povero Jerry solo ora capisco le tue turbe, facciamo così io ti lascio scappare e tu te ne vai il più lontano possibile da qui. Il mondo non conoscerà due manguste, o te o io! Rispose l’altro. Allora entrambi spararono velocissimi, così veloci che i proiettili impattarono e deviarono colpendo le rispettive pistole e disarmando i contendenti. Ricorsero entrambi alle  fruste, ma queste si intrecciarono sfuggendo di mano ai contendenti. Si passò quindi al corpo a corpo, e inizialmente Tom prevalse assestando parecchi calci e pugni all’avversario. Ma poi questi lo colpì allo stomaco e lo afferrò per il capo per spezzargli il collo, ci stava quasi riuscendo quando intervennero Bob e Charlie bastonandolo ripetutamente. Tuttavia a Jerry bastò una sola mano per lanciarli in aria entrambi. Ma Tom ripresosi si rotolò con l’avversario fino al ciglio della cascata dove era precipitato anni prima, poi lo colpì ripetutamente e lo prese per i capelli. Ma l’altro con un colpo terribile gli ruppe il braccio facendolo urlare, poi lo prese per il collo e lo sollevò per aria. Sentendosi morire Tom si ribellò con tutte le sue forze e sferrò un calcio all’avversario che cadde indietro fino al burrone. Tom lo prese per una mano e cercò di sorreggerlo perché nonostante tutto lui non voleva uccidere Jerry, ma quando fece per tirarlo su si appoggiò sul braccio rotto, e il dolore intenso gli fece lasciare la presa. Il rivale quindi precipitò nelle acque, e il suo cavallo anch’esso bianco si mise a correre per lo stesso sentiero che aveva percorso Thunder. Tom vomitò e svenne per lo shock, venne soccorso da Charlie e Bob i quali lo portarono al villaggio. Passò un mese e Tom fu curato da Rachel che era rimasta vedova e senza il padre. I lupi neri erano stati sbaragliati, ma a prezzo delle vite di molti e adesso la cittadina dopo un mese di dolore cercava di riprendersi. Il sindaco offrì a Tom il ruolo di nuovo sceriffo, ma questi rifiutò affermando di non esserne degno, poi si preparò a partire. Rachel lo supplicò di restare, ma vedendo l’impossibilità aiutò Tom a fare i bagagli maledicendo Jerry e augurandosi che fosse all’inferno. Non dire così disse Tom, non tu, nella vita accadono cose che ti fanno diventare quale non vorresti e spesso non si ha scelta.  Allontanandosi da Great falls Town  Charlie e Bob si complimentarono con Tom per aver eliminato Jeremy, ma questi rispose: Siamo proprio sicuri che sia morto? Anche io caddi in quelle cascate ed ero ridotto peggio di lui, mi ripescò il mio cavallo. Anche il suo cavallo è corso a fare lo stesso.  Charlie e Bob si guardarono e rabbrividirono, ma poi ai tre si presentò Falco Tonane, adornato della luce del sole che sorgeva alle sue spalle, il quale disse Tom è tempo che voi veniate con me.



                                    

martedì 4 giugno 2013

Lo sfregiato - Il selvaggio west



Era un uomo alto, con folti capelli rossi, occhi verdi, barba rada e corta ed una piccola cicatrice sulla guancia destra . Portava un’ampia giacca a frange finemente decorata con amuleti indiani ed aveva una frusta il cui rumore intimidiva  i lupi, (visto che spesso la usava per ucciderli). Cavalcava un bianco destriero arabo di nome Thunder e aveva inoltre una sgargiante collana indiana, ovunque passasse incideva col coltello una A, iniziale di anarchia. Era un bastardo, uno dei peggiori che potessero circolare a quei tempi nelle pianure dell’ ovest. Era nato 35 anni prima in un piccolo villaggio di coloni, di quei coloni che per trovare una vita migliore migravano all’ovest, sfidando le insidie di una terra sconosciuta e la furia degli indigeni. Suo padre era stato un agricoltore ed era morto prima che lui nascesse. La madre era stata una donna di stampo puritano dura e severa,  ed era morta quando il figlioletto aveva 5 anni. Il bambino era stato affidato ad un fattore che pretendeva di farlo sgobbare come un asino senza dargli da mangiare e in più lo picchiava con forza. Ma il peggio doveva ancora arrivare, e difatti di li a poco in una fredda notte d’ inverno vennero gli indiani quelli che la gente chiamava Sioux, anche se loro si denominavano Dakota. Costoro devastarono il villaggio, uccisero parecchi uomini e rapirono alcune donne e bambini, fra i quali lui. Il trattamento che gli aveva riservato il fattore sembrava di tutto riguardo in confronto a quello che aveva dai nativi: lo costrinsero a cacciare e vedersela con ogni genere di bestia per poter mangiare, ma di ciò che prendeva non mangiava quasi niente e quindi era costretto a sfamarsi con tuberi, radici, funghi e frutti selvatici, gli insegnarono il loro idioma a suon di bastonate, lo addestrarono alla lotta picchiandolo e umiliandolo ogni giorno e guai a piangere, perché avrebbero raddoppiato i maltrattamenti, gli insegnarono a tendere l’arco e usare il coltello. Alla fine per sopravvivere imparò bene le lezioni e divenne così abile e forte da spaventare gli stessi sioux che di conseguenza evitavano di averselo vicino. Forse fu per quel motivo che lo vendettero ad una banda di criminali capitanata da un certo Joe Morrison e secondariamente da un brigante di nome Al Dawson. Pensava di dover ricevere altre “lezioni” da quei banditi, invece scoprì che quegli uomini erano attratti dalle sue particolari abilità di indiano bianco, ed erano in parte simili a lui,: alcuni erano stati abbandonati dalle famiglie, altri rovinati dai debiti, altri erano solo bastardi. Il capo in particolare nutriva simpatia per lui, gli insegnò la lingua materna che aveva in parte dimenticato, e ad usare le armi da fuoco, dandogli un addestramento così raffinato da farlo diventare uno dei migliori tiratori al suo servizio. Il suo battesimo del fuoco era stata la sua prima rapina in una cittadina dove abitava uno sceriffo di nome Mark Sherman che aveva fama di essere un abile pistolero, lo sconfisse a duello mentre i suoi compagni seminavano il terrore e  lo uccise rimediandoci però lo sfregio sul volto. Stranamente rimase turbato da ciò che aveva appena fatto, ed ebbe come un tremolo per una settimana, ma i suoi compagni lo acclamavano come un eroe e ciò lo rendeva felice. Fu allora che divenne noto come lo Sfregiato presso i bianchi, mentre gli indiani lo chiamavano Mangusta, lui invece si ricordava ancora il suo nome di battesimo: Thomas Dalton. Lo spregiudicato Joe Morrison si rese presto conto dell’ investimento che aveva fatto ad arruolare la Mangusta nella sua banda, egli infatti sapeva riconoscere le tracce lasciate da qualunque uomo o animale e sapeva coprire le sue, conosceva i metodi di caccia degli indiani incluso quando cacciavano uomini e preveniva le loro mosse, aveva un’astuzia e una forza straordinarie in aggiunta alla sua bravura da pistolero, conosceva le erbe medicinali, i funghi e le radici, quindi era in grado di preparare medicine e veleni efficacissimi. Presto la Mangusta divenne la guida della banda e nessuno si muoveva senza un suo segnale, con lui la banda dei Lupi Neri divenne in grado di terrorizzare persino le più feroci tribù indiane, lo sfregiato infatti non aveva paura di nulla e nessuno, e ovunque passasse lasciava sempre una A incisa, A come anarchia, l’unico valore nel quale aveva imparato a credere. Quando c’era da misurarsi in combattimento era il primo, se la cavava sempre con le armi da fuoco ma preferiva spesso disarmare i nemici con la frusta e affrontarli a mani nude. Li “scarinava” sempre ma non li uccideva quasi mai, perchè c’era in lui il desiderio di terrorizzare gli avversari, per imprimere in loro il ricordo di se, perciò il più delle volte si limitava a menomarle gravemente. A ucciderle con grande gioia era invece il capo che non lasciava mai sopravvivere un nemico che lo incontrava, lui aveva notato che c’era qualcosa che non andava in Tom nonostante la sua bravura e la cosa in un certo modo lo preoccupava. Ma finché ci sarebbe stato lui a capo del gruppo Tom non avrebbe commesso sbagli. Ad essere invece assai scontento di come andassero le cose era Dawson, perché da quando la Mangusta aveva preso piede lui si sentiva messo in secondo piano, e quindi provava rancore nei confronti di Tom. Un giorno i Lupi Neri si trovavano nel Minnesota, Il capo ebbe l’idea di dividere la banda in due gruppi, fissò un luogo per il ritrovo e partì con alcuni uomini. Tom rimase insieme ad Al Dawson e altri tre compagni.  arrivarono in una cittadina dove rapinarono una banca e fecero un grosso bottino. A rendere innocuo lo sceriffo ci aveva pensato Tom come al solito, arrivando fulmineamente su di lui senza che questi se ne accorgesse, frastornandolo e legandolo. Per sua fortuna non venne ucciso perché il capo non era con la banda quel giorno e Tom ebbe la libertà di proibirlo. Dopo aver racimolato gioielli, denaro, cibarie, e altri generi i banditi fuggirono, stavolta però avevano rapito anche 2 persone, due giovani e avvenenti ragazze. Si chiamavano Rachel Hudson e Grace Fraser, la prima era proprio la figlia dello sceriffo, la seconda era figlia del farmacista. Quando Tom le vide rimase allibito, e restò di sasso quando sentì cosa volevano fare loro i compagni: (le avrebbero usate come svago quella notte, e poi le avrebbero portate in Messico e vendute a dei protettori.) Non avrebbero avuto nessuna possibilità di rivedere le loro case. Una specie di brivido corse sulla schiena di Tom, Stranamente sentiva di non poter tollerare quell’azione. Per tutto il giorno non fece che pensare al da farsi, domandandosi anche “perché dovrebbe importarne qualcosa a una canaglia come me”?, Poi verso il tramonto qualcosa di umano prevalse in lui e decise di farle fuggire con uno stratagemma. Mentre i suoi compagni erano distratti Tom Allentò le corde e passò nelle mani di  Rachel un coltello, sussurrandole di usarlo al momento giusto. I due si guardarono negli occhi, Tom contemplò Rachel notando che era bellissima ”lunghi e ondulati capelli neri con riflessi dorati, occhi blu, incarnato mediterraneo, labbra grandi e rosse” Anche lei lo guardò negli occhi e vide una scintilla di umanità, una dolcezza e compassione che mai avrebbe sospettato potessero nascondersi in un bandito dalla fama tanto terribile, e per un attimo fu come se si fosse sentita tra le braccia di un fratello, anche se sapeva bene chi davvero era quell’uomo. Gettati nella boscaglia, e striscia come una serpe  finché non avrai aggirato il valico delle lacrime. C’è un sentiero che taglia a destra, corri a perdifiato perché vi uccideranno, le disse con tono duro. Quello che Tom non sapeva era che Dawson lo stava spiando e aveva capito tutto, egli cercava da tempo di eliminare la Mangusta e aveva bisogno di un pretesto, adesso aveva deciso di addentare il boccone. Tom incurante di questo allontanò gli altri compagni compreso Dawson “il quale diceva di voler cercare funghi” e lasciò le ragazze in compagnia di un uomo che sapeva essere un depravato . Di fatti quel porco una volta solo si slanciò subito su Rachel, ma la ragazza essendo già libera lo pugnalò al ventre, liberò la compagna e scappò di filato come Tom le aveva detto di fare. Dopo un’ora Tom e gli altri ritornarono e videro la sentinella che rantolava ferita al suolo, e Dawson con le 2 ragazze pestate e ancora prigioniere. Dawson disse: lo sapevo Tom che volevi tradirci tutti. Tom si sentì gelare il sangue e sentì anche un botto e un dolore lancinante al fianco destro e cadde al suolo. I compagni erano stati avvertiti e uno di loro gli aveva sparato alle spalle. Dawson proseguì: ma chi te l’ha fatto fare di inguaiarti per queste due, non sono tue parenti! Non sapevi che da tempo non ti sopportavo più e volevo farti la pelle? Tradendoci me ne hai fornito l’ occasione. Indi i compagni cominciarono a pestarlo selvaggiamente, Dawson gli strappò la collana e dopo avergli detto che aveva finito di rompere le scatole lo precipitò da un dirupo. Era la fine del famoso sfregiato. Nell’ intento di fare una carineria al capo Dawson non permise ai compagni di toccare le ragazze perché fosse lui a “collaudarle” per primo, in compenso le pestò ancora. L’indomani la banda si ricongiunse nel luogo prestabilito, vicino una meravigliosa cascata. Il capo notò subito l’assenza di Tom e ne chiese spiegazioni, così Al gli raccontò tutto per fila e per segno. Quando seppe cosa era successo il capo montò su tutte le furie, bastonò Dawson e gli gridò: “Deficiente, come ti sei permesso di agire senza il mio consenso, dovevi mandare qualcuno ad avvisarmi del suo sbaglio e ci avrei pensato io! Quell’uomo poteva ancora tornarci utile ed in ogni caso devo decidere io di voi! Hai eliminato uno dei miei migliori uomini per una tua rivalità personale, augurati che sia davvero morto, sennò non avrà pace fin quando non si sarà vendicato. Ora toccherà a te fare il suo lavoro voglio vedere se ce la farai. Dopo la sfuriata il capo si accinse a sperimentare le due ragazze, “ora meno attraenti per le percosse ricevute” quando improvvisamente tanti spari risuonarono nell’aria, e alcuni colpirono i banditi. Era lo sceriffo che Tom aveva risparmiato, insieme ad alcuni uomini del villaggio, infuriati per la rapina, li aveva seguiti e aveva approfittato della confusione per attaccare. A cavallo con lui c’era proprio Tom, ferito e sanguinante, lo sceriffo lo aveva trovato in fin di vita e lui aveva accettato di collaborare per vendicarsi. Subito i banditi risposero al fuoco ma il capo fu colpito e cadde al suolo come morto, e insieme a lui molti altri, così fu proprio Dawson a prendere in mano la situazione, rispondendo al fuoco e tentando di scappare. Ma lo sceriffo non glielo permise e gli sparò alla coscia impedendogli di muoversi. Nella rabbia Dawson puntò la pistola verso Rachel che si trovava sull’orlo della cascata per ucciderla e sparò, ma il proiettile non raggiunse la ragazza perché si fermò sul petto di Tom, che avendo visto quanto succedeva si parò a sua protezione. Rachel osservò esterefatta Tom che cadde proprio sul ciglio della  cascata, ma ebbe il tempo di afferrarlo per una mano. La forza della ragazza che oltretutto era in pessime condizioni, non era sufficiente a trattenere quel peso, che quindi stava per precipitare. Tieniti gli urlò disperata, e lo guardò di nuovo negli occhi, stavolta limpidi e privi di qualsiasi malizia, ma offuscati dal velo della morte. Perdonami, a nome di tutti, disse lui prima di precipitare nelle acque. Dawson stava per sparare alla ragazza, ma un proiettile sparato dallo sceriffo lo colpì al cranio e lo freddò. I banditi ancora in vita scapparono tutti, compreso Morrison che si era finto morto per poter scappare. Rachel tornò al suo villaggio insieme alla compagna e al padre, anche se  le ci vollero mesi per riprendersi dal terrore di quei giorni. Portava sempre un braccialetto di fattura indiana come unico ricordo dell’uomo che le aveva salvato la vita, “le era rimasto in mano quando lo sfregiato era caduto”. Era un bandito terribile e temuto, ma nel profondo era molto umano, ed era toccato proprio a lei scoprirlo.




giovedì 23 maggio 2013

Music Compilation 2009 by D.J. Costino.



Music compilation 2009 

By D.J. Costino


In esclusiva da D.J. Costino per Millo ecco a voi una compilation delle canzoni più amate nell’anno 2009.  Se amate la musica del passato e sapete come realizzare un audio cd utilizzate questa compilation, non ne rimarrete delusi! La compilation può essere trascritta su cd o dvd da chiunque abbia le dovute competenze, ma il progetto originale resta una proprietà riservata di Millo.



Kerly Walkin on air



Pink Please don't leave me



J. Morrison/ Furtado Broken strings



Empire of the sun Walkin on a dream



Lily Allen Not Fair



The Killers Human


Bob Sinclair Lala Song


David Guetta  When love takes over





Mika we Are Golden


Beyoncè Halo



Ne Yo Nobody


Madonna Celebration


Gotta feeling black eyed peas


Lady Gaga Bad Romance



Rihanna Russian Roulette


Shakira She Wolf


Noemi/ Fiorella L'amore si odia




mercoledì 16 gennaio 2013

La furia del titano- parte seconda



 I cavalieri fatei rimasero ammirati dalle parole del re, riconoscendo in lui il degno rampollo della sua nobilissima dinastia, si strinsero a lui promettendogli protezione e cura e incoraggiandolo sulla vittoria; mentre il re, con le lacrime agli occhi serrò i ranghi  e dispose il suo esercito per la battaglia dicendo a se stesso: Comunque vada a finire oggi, sorte o morte per il mio popolo, è certo che io morirò. Mia amata Glorinda,  figlio mio, mia gente io non vi rivedrò più.  L’esercito di Esmelia era pronto alla battaglia, Sedrenar era stato scelto per comandare le truppe, mentre Mircas era stato affiancato al re per proteggerlo. Al segnale di inzio Armares emise un terribile ruggito che fece entrare i soldati di Merovis in una specie di torpore, paralizzandoli, e così lanciò per primo la sua carica. Ma Sedrenar suonò il suo corno fantasma, accompagnato dalle trombe dei suoi generali, spezzando l’incantesimo del mostro e gridando: Non lasciatevi rimbecillire dai poteri di quel gatto malcresciuto, rispedite le sue orride bestie nell’abisso, attaccatelo senza guardarlo direttamente negli occhi e vincerete. Malgrado la carica devastante dei mostri e animali di Armares, la loro furia e famelica ferocia, l’esercito di Merovis interamente composto da professionisti non si fece scompaginare, e trattenne il nemico. Furioso Armares Gridò: Chi credete di essere figli dell’uomo? Siete polvere e morirete.  Io vivrò in eterno e vedrò passare le ere. Voi non potete contrastarmi.  Così dicendo sputò un fiume di fiamme contro la formazione rivale, bruciando alcuni soldati  e causando un cedimento delle prime file con conseguente vantaggio delle sue truppe. Allora Sedrenar decise di usare la sua specialità: la deviazione spettrale, un potere che consentiva di respingere gli attacchi avversari, così respinse un secondo assalto infuocato di Armares lasciando illesi gli uomini di Esmelia, poi con un contingente di cavalieri si lanciò all’attacco e aiutato dalla sua telecinesi riuscì a travolgere i demoni e i karvezi che attaccavano.  Lo stesso Merovis, sostenuto da Mircas si lanciò alla riscossa con i suoi cavalieri attaccando le bestie selvagge e i feroci travestiti dell’esercito nemico, riuscendo a farli indietreggiare  ma uno dei più terribili generali Karvezi, di nome Sylgar si parò contro di lui e lo attaccò dicendogli: Non penserai davvero di essere così forte da vincere noi Karvezi, che sin dalla più tenera età siamo abituati a batterci per sopravvivere. Vieni, vediamo quanto vale il re di Esmelia.  Sylgar disarcionò Merovis e uccise il suo fidato destriero provocando nel re un pianto addolorato, poi lo attaccò direttamente, lo mise in difficoltà e lo sconfisse. Mettendo la sua spada al collo di Merovis e sputandogli in faccia disse: Ho sempre desiderato uccidere un re, io stesso darò il tuo bastardo  e quella puttana di tua moglie in pasto ad Armares, estinguendo così la tua lurida stirpe. Addio re dei deficienti esmeliti. Ma prima che potesse calare il colpo di grazia venne travolto e fatto volare via dallo splendente unicorno fantasma di Mircas. Lo stregone guerriero scendendo a piedi si rivolse al nemico dicendo: Vieni infame schiavo di un mostro, ti mostrerò che il re ha dei validi difensori che lo proteggeranno ad ogni costo. Non ho bisogno dei miei poteri per fronteggiarti, ti combatterò da uomo.  Così dicendo prese da terra una spada  e si avventò  contro Sylgar e ingaggiando un terribile duello, dopo aver preso calci, pugni, sputi e oltraggi, riuscì a vincerlo atterrandolo. Il cavaliere fateo disse: Vorrei poterti risparmiare Sylgar, non sporcarmi le mani con te, ma vedi una necessità più grande delle mie preferenze mi costringe a distruggerti, così lo decapitò, pur disgustato da ciò che faceva. Il re di Esmelia rialzandosi a fatica, ancora in lacrime per l'oltraggio patito esclamò: Ah fossi tu, Mircas, nato re al posto mio! Il regno sarebbe in mani migliori. Mircas lo sgridò: Non dite così, io credo in voi e so che troverete la forza regale propria dei vostri antenati per proteggere il vostro regno. Noi cavalieri fatei abbiamo giurato di difendere gli indifesi, siamo sacrificabili in ragione della nostra missione, voi invece e sopratutto il vostro popolo non lo siete. Il regno di Esmelia deve resistere. Mentre il cavaliere fateo finiva di parlare, gli animali al seguito di Armares diedero una nuova devastante carica, riuscendo a travolgere e distruggere un battaglione di cavalieri e arrivando fin dove si trovava il re. Mircas prese Merovis sul suo splendente Unicorno fantasma e inziò a correre via per metterlo al sicuro. Frattanto Armares si sforzava di distruggere l'esercito di Esmelia, squartando tutti i cavalieri che lo aggredivano. Chiunque lo guardava negli occhi perdeva il senno per il potere malefico che da lui promanava: Alfine, stanco degli umani, tentò un attaccò terribile per sbarazzarsi dei nemico, concentrò il suo soffio ardente in una sfera di energia, una Bomba diabolica di immane potenza che lanciò contro i suoi oppositori. In preda al terrore Sedrenar concentrò al massimo la sua deviazione telecinetica, e con gran sforzo riuscì a respingere la sfera, facendola deflagrare in aria con uno spaventoso turbinio di fuoco che terrorizzò entrambe le fazioni. Armares rimase notevolmente contrariato di ciò, pensando che doveva escogitare un modo per sbarazzarsi di uno scocciatore come Sedrenar, finchè il suo occhio malvagio inquadrò Mircas che teneva al sicuro Merovis. Fu allora che pensò: Caro il mio reuccio tu non mi sfuggirai! Forse posso prendere due piccioni con una fava e quindi vincere questo scontro. Indi gridò a Sedrenar: Guarda bene laggiù cavaliere, il tuo collega tiene al riparo un ritardato che si spaccia re, ma non per molto. Poi con la sua coda prese bene la mira e lanciò un fulmine che colpì in pieno Mircas, distruggendo il suo unicorno fantasma e facendolo volare in aria, insieme al re, di vari metri. Sedrenar si mise le mani nei capelli, pensando che poteva essere accaduto l'rreparabile, ma il fiero nemico approfittò di questa sua distrazione per travolgerlo con  una zampata e metterlo così fuori causa. Poi Armares gridò: Adesso uomini conoscerete il potere dei titani, indi si mise a girare vorticosamente su se stesso sputando fuoco e formando così un uragano infuocato che usò per incenerire una intera guarnigione. Gli uomini fuggirono terrorizzati e le truppe di Armares ne approfittarono per inseguirli, accerchiarli e massacrarli senza pietà. Il re Merovis, rimasto illeso, si rialzò e pensò di mettersi al riparo, ma quando il suo sguardo si posò su Mircas esanime e ferito, ripensò alle parole del cavaliere: Io nutro fiducia in voi, so che troverete la forza di proteggere il vostro popolo. Non sentendosi di abbandonare quel paladino al suo destino, il re lo prese in spalla e cominciò a trascinarlo, tentando di metterlo in salvo. Subito però numerosi mostri lo accerchiarono impedendogli di fuggire. Il re tentò di combatterli, ma le demoniache creature lo sopraffecero e lo pestarono tutte insieme, ma prima che potessero sbranarlo furono trafitte da una raffica di lance fantasma. Sedrenar si era ripreso ed era giunto in difesa del re. Merovis non ebbe però il tempo gioire, perchè si trovò davanti Armares in persona che lo stordì con il suo sguardo penetrante. Il perfido mostro disse: Allora grande re, non hai voluto sottometterti di tua volontà, ti sottometterò io adesso con il mio potere; ti farò diventare un demone e ti farò uccidere la tua stessa famiglia, ma ti lascerò un barlume di coscienza per farti soffrire. Ti assicuro che avrò cura di farti diventare lo schifo della vita. La frase di Armares fu interrotta da un ordine imperioso di Sedrenar, che brandiva contro il titano una specie di balestra di luce iridescente: Fermati infame creatura! Guarda le mie mani, non riconosci quest'incantesimo? E' l'arco delle sette luci, l'arma che ha annientato tuo padre Zernames. Osa fare qualcosa al mio re e la userò su di te uccidendoti. Anzi, prendi la tua armata e vattene di qui, non c'è nulla per te ad Esmelia
Il demone, per nulla intimorito rispose: Citando la sorte di mio padre non fai che incentivare il mio furore. Forza cavaliere dei miei stivali, usa quell'arma, non la temo. Sedrenar non si fece ripetere l'ordine e lanciò l'arco delle sette luci contro Armares, ma questi, circondandosi di un'aura luminosa e incrociando l'ascia e la spada a mò di scudo gridò: Urlo del titano! E così respinse l'arco delle sette luci restando illeso. Sedrenar rimase attonito e cadendo in ginocchio esclamò: Come è possibile? Come hai fatto brutto mostro a salvarti? Non ci posso credere
Armares gli rispose: Davvero pensavi che un titano potesse essere sconfitto dai vostri giochetti? L'unico errore di mio padre è stato lasciarsi distrarre da un giocoliere senza aver lasciato morto abbastanza il suo compagno. Siccome questo non è il mio caso il tuo giochino non ha avuto effetto. Avete fatto male a persuadere il re ad opporsi a me, vedi adesso coi tuoi occhi ciò che succede. Allora grande re, dove eravamo rimasti? Ah si, sto per trasformarti nello schifo della vita. Rassegnati a subire la tua sorte. In quel momento Merovis ripensò al suo regno, alle mansioni cui era stato preparato sin da bambino, alla sua famiglia, al suo popolo. Doveva veramente finire tutto in quel modo? Era quello il destino? Forse si, ma lui non poteva accettarlo, non voleva accettarlo. Decise di opporsi a tutti i costi, quindi presa una fionda e dei sassi disse: Adesso Armares ti dimostrerò quanto è grande il potere di un solo uomo, così dicendo colpì il mostro nei malefici occhi, causandogli una cecità temporanea, quindi prese la sua spada, e lesto come una mangusta, prima gli tagliò l'alluce del piede sinistro, poi scivolando tra le sue gambe gli mozzò l'estremità della coda. Armares urlò contorcendosi dal dolore, provocando un gran terrore nei suoi mostri e seguaci. Fu allora che Merovis incitò i suoi soldati gridando: Uomini, liberi siete nati e tali dovete morire. Queste creature hanno tutte un punto debole e non sono affatto immortali, combattete! Con slancio i cavalieri di Esmelia si lanciarono sui nemici, rispondendo all'ordine del re e reagendo all'accerchiamento. Sedrenar si rialzò commosso e risvegliò Mircas dicendogli: Vedi amico, il re ha trovato se stesso, sta contrastando Armares riuscendo dove io ho fallito
Ma Armares ripresosi dall'accecamento gridò: Te la farò pagare pupazzo di carta stagnola, ora vedrai che ti farò
Sedrenar però gli gridò: Prima di fare qualcosa al re devi vedertela con me. Adesso so che vale la pena combattere per il bene degli uomini perchè il re che sono stato inviato ad aiutare ha finalmente trovato la forza di comportarsi degnamente. Adesso ho la forza di combatterti e rispedirti da dove sei venuto
Armares furioso gridò: Sarò io a spazzarvi via, tutti quanti siete. Vi pentirete di avermi contrastato! E più potente che mai preparò il suo urlo del titano. Sedrenar, dal canto suo, reagì subito preaparando l'arco delle sette luci. I due lanciarono contemporaneamente i loro incantesimi più forti, ma stavolta, dopo un duro scontro, Sedrenar riuscì a prevalere, spezzando l'ascia e la spada di Armares e facendolo volare per aria. Merovis e Mircas rimasero esterefatti dalla terribile potenza del cavaliere fateo, il quale poi disse: Armares, hai perso, adesso prendi la tua armata e lascia stare Esmelia.

Armares si rialzò e richiamando i suoi seguaci battè in ritirata. Il regno di Esmelia era salvo, tutti i cavalieri, Il re e Mircas presero a piangere di gioia per aver scongiurato uno dei pericoli più mortali nel nondo di Anec. Il re fece per abbracciare Sedrenar, ma quando lo sfiorò questi si sbriciolò sotto i suoi occhi attoniti in cenere finissima. Il terribile attacco di Armares lo aveva comunque colpito a morte, nonostante la sua potenza. Il re ritornò al suo palazzo con il resto delle sue truppe, riabbracciò la moglie e sollevò gioioso il suo piccolo per aria, aveva strovato la forza di salvare la sua gente, ma non immaginava che in futuro la notte sarebbe comunque scesa sul suo regno, che un vendicatore spietato, in tutto simile agli eroi che lo avevano difeso, gli avrebbe fatto pagare l'aver salvato il suo popolo dalla schiavitù. Dopo un mese di lutto per Sedrenar e tutti i morti del paese. chiamò a se un bel bambino di 10 anni, con capelli scuri e profondi occhi blu, di nome Adenar, dicendogli: Piccolo mio, io ti faccio duca del regno di Esmelia. Un giorno sarai tu a difenderci dalle future rovine che ci colpiranno, come ha fatto tuo padre, perciò cresci forte e sano. Quanto ad Armares?  Nel suo oscuro rifugio, non sopportando di essere stato battuto dal solo coraggio di un uomo, giurò sull'inquieto spirito del padre di vendicarsi appena gli fosse stato possibile, predestinando così il fato dell'infelice re Merovis.
  Ecco come si conclude alla fine la storia:
L'invasione del regno di Esmelia 

domenica 13 gennaio 2013

La furia del Titano- prima parte



In una bella e fertile vallata, ai confini con una maestosa catena montuosa, circondata da larghi campi fioriti e specchi d'acqua, sorgeva la bellissima città di Esmelia, capitale dell'omonimo e prestigioso regno. La città aveva una solida e imponente cinta muraria, fatta di una particolare pietra che rassomigliava al marmo prismatico e che la faceva risplendere di un fulgido chiarore sia il giorno che la notte, era di dimensioni contenute, ma non piccola. Il suo cuore era il grande palazzo reale, che stava al centro di una grande piazza, circondato da templi, fontane, edifici amministrativi, un grande museo e le magnifiche case dei nobili. Tutt'intorno, a livello più basso, stavano sei quartieri, ognuno dei quali non troppo grande e più semplice rispetto al complesso centrale, ma comunque fatto da belli edifici sia privati che pubblici larghe e ordinate vie adornate da alberi, negozi e botteghe varie. Tutti gli edifici pubblici e il palazzo reale erano fatti della stessa pietra usata per le mura, le case del popolo e le vie erano di una bella e linda pietra bianca, oltre che in legno. La grande porta principale era in legno e ottone dorato. ai lati di questa, in fila lungo un viale che conduceva alla città, c'erano la statue dei re che avevano governato la città, i re della dinastia degli Emerovei, che avevano creato quel regno. In lontananza, come a precludere la strada verso la grande città, c'era il piccolo villaggio di Venner, fatto di edifici semplici ma ordinato e grazioso. Il popolo del regno di Esmelia, a dispetto della sua prosperità, era in agitazione e il villaggio era stato evacuato, perchè si doveva fronteggiare l'invasione di Armares, spietato e potente tiranno figlio di un Titano. La grande porta della città si aprì, e ne uscì un nutrito contingente di cavalieri e fanti guidati da un giovane uomo rivestito di una fulgida armatura con ricami d'oro e una bella tunica rossa e blu, questi era il re di Esmelia Merovis. Era un uomo non troppo alto, giovane, con corti ma folti capelli biondi, carnagione chiara e occhi azzurri. Appariva sicuro e baldanzoso, ma i suoi occhi tradivano una grande inquietudine. Nei pressi di Venner il contingente si unì ad altre truppe di soldati, arceri, fanti, domatori di bestie, inviati dai re dei regni alleati. Si costituì così un esercito in apparenza forte e ben equipaggiato. L'esercito si mosse al comando di Merovis e attraversò campi e pianure fino a che arrivò ai confini del regno, davanti ad una grande collina dietro la quale proveniva un rumore indistinto come di zoccoli di cavalli, marce di soldati, barriti e ruggiti e un vociare chiassoso. Poco dopo un'apparizione terrifica e surreale si presentò all'esercito di Esmelia, la congrega infernale, una moltitudine di uomini, animali selvaggi e mostri dei più strani tipi che scendevano dalla collina in assetto di guerra. I sentimenti che quella marmaglia assortita suscitava nel cuore dei soldati spaziavano dall'orrore al comico. Merovis osservò bene i componenti di quello strano esercito, vedendo in esso prima di tutto mostri di tipologia variegata: uomini coccodrillo con la loro grande testa, coda da rettile e sibilante lingua biforcuta, orchi dall'aspetto deforme e marcescente, creature dall'aspetto barocco e grottesco senza testa e con un gran viso stampato nel nudo torso. specie di ballerine armate di spada, con tanto di tutù e scarpine, ma con testa scheletrica e piccola, zombi che sembravano cadaveri scorticati. Poi c'erano anche animali selvaggi e feroci di ogni fatta: orsi, lupi, leoni e tigri, elefanti, giraffe, grossi gorilla, leopardi, linci e ippopotami. Infine c'erano anche gli uomini: alcuni sembravano di etnia Karveza, abbigliati con le loro caratteristiche vesti, altri ancora erano di altra etnia e armamento. C'erano addirittura uomini travestiti da donna, finemente truccati e acconciati, vestiti con abiti sgargianti, che avanzavano intonando canzoni volgari e brandivano mazze dalla forma fallica e scudi a forma di vulva, che sbattevano le une contro gli altri come a simboleggiare il coito. C'erano infine donne vestite da uomini, che sotto un corpetto di metallo avevano capelli corti, vesti maschili, baffi finti e copricapo a coppola. Un orrido e grottesco carnevale del male che avanzava sicuro verso l'esercito di Esmelia. Al vedere tanta informe follia le truppe di Merovis ebbero un sussulto d'orrore, alcuni vomitavano, altri imprecavano, altri ancora piangevano o ridevano, lo stesso re perse la sua apparente sicurezza rivelando il suo reale stato d'animo con il pallore e i fremiti. Ma ad un tratto si levò una voce possente che disse: Non perdetevi d'animo, contrastate quest'ammasso di bestiale follia in nome della libertà. Fra i soldati di Merovis si fece strada come una specie di luce che si avviava verso il re, erano due bei cavalieri fatei che cavalcavano splendidi unicorni fantasma. Erano di quella particolare razza di guerrireri maghi nati ufficialmente per proteggere gli uomini dai pericoli più gravi. I due in questione si chiamavano Sedrenar Mellit e Mircas tennent, il primo più maturo, aveva capelli fulvo castano di lunghezza media, occhi blu, e alta statura, il secondo, più giovane, aveva capelli biondi e mossi medio lunghi, occhi castani e statura più bassa. I cavalieri magici si accostarono al re dicendogli: Non temete maestà, siamo venuti a sostenervi. Il re rispose: Maestri di magia buona portateci aiuto, fate qualcosa, perchè le porte dell'inferno si sono aperte vomitando i loro orrori contro di noi. I cavalieri dissero: Maestà, non temete il nemico, ma ciò che può fare al vostro regno. Ricordate che siete re figlio di re, appartenente alla gloriosa dinastia degli Emerovei. Quanto a noi, metteremo a vostra disposizione le nostre arti per donarvi la vittoria. Improvvisamente però, un ruggito tremendo e minaccioso attirò l'attenzione di tutti. In mezzo alla congrega infernale si fece strada una figura gigantesca avvolta da un lungo manto e cappuccio che poi si tolse e gettò via rivelando chi davvero era: Armares in tutta la sua bestiale potenza si era messo alla guida del suo esercito. Era questi un gigantesco uomo leone alto almeno 8 metri, con una criniera fulva con strisce blu, che incorniciava un muso feroce e zannuto. Il suo corpo, pur essendo umanoide, aveva comunque pelo e artigli leonini, vestiva una specie di panoplia, composta da una corazza scintillante e decorata, bracciali e schinieri ed una tunica violacea che dal busto scendeva sino alle ginocchia, aveva anche una coda blu, con una estremità che rifulgeva di una luce elettrica. I suoi occhi erano fiammeggianti di una sinistra luce giallo-verde, e davano l'impressione di poter trafiggere ciò che fissavano. Il titano si mise a guardare lo schieramento nemico, compiaciuto del terrore che incuteva.  I due cavalieri fatei, esterefatti dal sinistro potere emanato dal personaggio esclamarono: Per la gloria del Sole Invitto! Mentre Merovis si sentì mancare dalla paura, e accasciandosi sul suo bianco destriero iniziò a pregare e ansimare. Guardando la possente figura del titano Mircas disse ammirato: Armares, figlio di Zernames signore delle bestie, nipote di Vardas il gigante fantasma iniziatore del nostro ordine, di Zelgadia Titanide della luna e di Zerdas gigante demolitore di monti, di Veesnar drago mangia uomini. Uno dei nemici più terribili e difficili da affrontare. Visibilmente scosso dal terrore il re si appoggiò tremante a Sedrenar e iniziò a lamentarsi accoratamente: Mio Dio! Io sono giovane, troppo per questo; ho 23 anni ed è da appena 2 anni che sono salito al trono. Quella orrenda bestia è venuta per cavarmi l’anima fuori dal corpo e distruggere il mio regno.  Il destino Non avrebbe potuto essere più infame. Adirato Sedrenar rispose: Non mi pare il caso di declamare la discendenza di quel demone, ne di iniziare lamentazioni funebri. Quel mostro è in parte un uomo come noi, figlio di una donna sola e infelice che abitava nei boschi. suo nonno era un boscaiolo e sua nonna la figlia di un tessitore. Se si è potuto sconfiggere suo padre che di umano non aveva nulla, tanto più si potrà battere lui. Improvvisamente un messaggero di Armares corse verso l’esercito nemico domandando di parlare con il re, giunto davanti a lui gli disse: Merovis, il mio padrone Armares ha deciso di essere magnanimo con te, di farti vivere per sempre e di lasciare sopravvivere il tuo regno. In cambio però tu devi sottometterti ed ottemperare ad alcune condizioni: dovrai donare a lui ogni anno i due terzi dell’oro e dei raccolti, dargli in pasto il tuo figlioletto primogenito, lasciargli prendere uomini, donne e bambini come schiavi ed entrare nella tua città con una catena d’oro al collo, condotto dal mio signore. Se accetterai nessuno toccherà il tuo regno e il mio padrone ti donerà l’immortalità, non invecchierai né morirai mai, né per malattia né per spada. Se rifiuterai tu e tutto il tuo popolo sarete votati alla distruzione oggi stesso. A te la scelta. Merovis, al sentire quelle condizioni si sentì inorridire e d’istinto si voltò verso Sedrenar. Il cavaliere fateo gli disse: E così quel mostro è venuto per ridurre il tuo popolo alla miseria e schiavitù, per fare di te il suo zerbino e divorare tuo figlio, e per giunta maschera tutto questo con la magnanimità? Non lasciarti ingannare, coloro che da lui vengono benedetti diventano mostri a immagine e somiglianza di quei demoni che fanno parte del suo esercito, e per giunta non possono più pensare e volere per conto proprio, perdono queste facoltà divenendo totalmente soggetti a lui. Il magnifico regno ereditato dai tuoi padri, il tuo orgoglio di re, la tua anima, la carne della tua carne erede al tuo trono, tu perderesti tutto questo e ti lasceresti tramutare in un mostro per compiacere quel demonio? No, io non ci credo. Mircas intervenne dicendo: Mio re, non potete accettare queste condizioni,  sarebbero solo la rovina vostra e del vostro regno. Siate uomo risoluto e obbiettivo, dovete combattere per proteggere Esmelia, purtroppo non avete scelta. Riflettendo sulle orribili condizioni di Armares e sulle parole dei cavalieri fatei Merovis prese la sua decisione, si rivolse al messo e gli disse: Puoi dire al tuo padrone che io, Merovis Hernan Hemeroves, re della dinastia degli Emerovei non sono mai stato asservito a nessuno, né mi asservirò oggi a lui.  Se davvero vuole il mio regno, il mio popolo e mio figlio deve venire a prenderli, e potrà metterci sopra la sue luride zampe solo quando io sarò morto!  Il messo allora rispose: Così hai scelto morte, per te e tutto il tuo paese, poi si allontanò.




Storie di riferimento:
La tremenda profezia


 

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