mercoledì 16 gennaio 2013

La furia del titano- parte seconda



 I cavalieri fatei rimasero ammirati dalle parole del re, riconoscendo in lui il degno rampollo della sua nobilissima dinastia, si strinsero a lui promettendogli protezione e cura e incoraggiandolo sulla vittoria; mentre il re, con le lacrime agli occhi serrò i ranghi  e dispose il suo esercito per la battaglia dicendo a se stesso: Comunque vada a finire oggi, sorte o morte per il mio popolo, è certo che io morirò. Mia amata Glorinda,  figlio mio, mia gente io non vi rivedrò più.  L’esercito di Esmelia era pronto alla battaglia, Sedrenar era stato scelto per comandare le truppe, mentre Mircas era stato affiancato al re per proteggerlo. Al segnale di inzio Armares emise un terribile ruggito che fece entrare i soldati di Merovis in una specie di torpore, paralizzandoli, e così lanciò per primo la sua carica. Ma Sedrenar suonò il suo corno fantasma, accompagnato dalle trombe dei suoi generali, spezzando l’incantesimo del mostro e gridando: Non lasciatevi rimbecillire dai poteri di quel gatto malcresciuto, rispedite le sue orride bestie nell’abisso, attaccatelo senza guardarlo direttamente negli occhi e vincerete. Malgrado la carica devastante dei mostri e animali di Armares, la loro furia e famelica ferocia, l’esercito di Merovis interamente composto da professionisti non si fece scompaginare, e trattenne il nemico. Furioso Armares Gridò: Chi credete di essere figli dell’uomo? Siete polvere e morirete.  Io vivrò in eterno e vedrò passare le ere. Voi non potete contrastarmi.  Così dicendo sputò un fiume di fiamme contro la formazione rivale, bruciando alcuni soldati  e causando un cedimento delle prime file con conseguente vantaggio delle sue truppe. Allora Sedrenar decise di usare la sua specialità: la deviazione spettrale, un potere che consentiva di respingere gli attacchi avversari, così respinse un secondo assalto infuocato di Armares lasciando illesi gli uomini di Esmelia, poi con un contingente di cavalieri si lanciò all’attacco e aiutato dalla sua telecinesi riuscì a travolgere i demoni e i karvezi che attaccavano.  Lo stesso Merovis, sostenuto da Mircas si lanciò alla riscossa con i suoi cavalieri attaccando le bestie selvagge e i feroci travestiti dell’esercito nemico, riuscendo a farli indietreggiare  ma uno dei più terribili generali Karvezi, di nome Sylgar si parò contro di lui e lo attaccò dicendogli: Non penserai davvero di essere così forte da vincere noi Karvezi, che sin dalla più tenera età siamo abituati a batterci per sopravvivere. Vieni, vediamo quanto vale il re di Esmelia.  Sylgar disarcionò Merovis e uccise il suo fidato destriero provocando nel re un pianto addolorato, poi lo attaccò direttamente, lo mise in difficoltà e lo sconfisse. Mettendo la sua spada al collo di Merovis e sputandogli in faccia disse: Ho sempre desiderato uccidere un re, io stesso darò il tuo bastardo  e quella puttana di tua moglie in pasto ad Armares, estinguendo così la tua lurida stirpe. Addio re dei deficienti esmeliti. Ma prima che potesse calare il colpo di grazia venne travolto e fatto volare via dallo splendente unicorno fantasma di Mircas. Lo stregone guerriero scendendo a piedi si rivolse al nemico dicendo: Vieni infame schiavo di un mostro, ti mostrerò che il re ha dei validi difensori che lo proteggeranno ad ogni costo. Non ho bisogno dei miei poteri per fronteggiarti, ti combatterò da uomo.  Così dicendo prese da terra una spada  e si avventò  contro Sylgar e ingaggiando un terribile duello, dopo aver preso calci, pugni, sputi e oltraggi, riuscì a vincerlo atterrandolo. Il cavaliere fateo disse: Vorrei poterti risparmiare Sylgar, non sporcarmi le mani con te, ma vedi una necessità più grande delle mie preferenze mi costringe a distruggerti, così lo decapitò, pur disgustato da ciò che faceva. Il re di Esmelia rialzandosi a fatica, ancora in lacrime per l'oltraggio patito esclamò: Ah fossi tu, Mircas, nato re al posto mio! Il regno sarebbe in mani migliori. Mircas lo sgridò: Non dite così, io credo in voi e so che troverete la forza regale propria dei vostri antenati per proteggere il vostro regno. Noi cavalieri fatei abbiamo giurato di difendere gli indifesi, siamo sacrificabili in ragione della nostra missione, voi invece e sopratutto il vostro popolo non lo siete. Il regno di Esmelia deve resistere. Mentre il cavaliere fateo finiva di parlare, gli animali al seguito di Armares diedero una nuova devastante carica, riuscendo a travolgere e distruggere un battaglione di cavalieri e arrivando fin dove si trovava il re. Mircas prese Merovis sul suo splendente Unicorno fantasma e inziò a correre via per metterlo al sicuro. Frattanto Armares si sforzava di distruggere l'esercito di Esmelia, squartando tutti i cavalieri che lo aggredivano. Chiunque lo guardava negli occhi perdeva il senno per il potere malefico che da lui promanava: Alfine, stanco degli umani, tentò un attaccò terribile per sbarazzarsi dei nemico, concentrò il suo soffio ardente in una sfera di energia, una Bomba diabolica di immane potenza che lanciò contro i suoi oppositori. In preda al terrore Sedrenar concentrò al massimo la sua deviazione telecinetica, e con gran sforzo riuscì a respingere la sfera, facendola deflagrare in aria con uno spaventoso turbinio di fuoco che terrorizzò entrambe le fazioni. Armares rimase notevolmente contrariato di ciò, pensando che doveva escogitare un modo per sbarazzarsi di uno scocciatore come Sedrenar, finchè il suo occhio malvagio inquadrò Mircas che teneva al sicuro Merovis. Fu allora che pensò: Caro il mio reuccio tu non mi sfuggirai! Forse posso prendere due piccioni con una fava e quindi vincere questo scontro. Indi gridò a Sedrenar: Guarda bene laggiù cavaliere, il tuo collega tiene al riparo un ritardato che si spaccia re, ma non per molto. Poi con la sua coda prese bene la mira e lanciò un fulmine che colpì in pieno Mircas, distruggendo il suo unicorno fantasma e facendolo volare in aria, insieme al re, di vari metri. Sedrenar si mise le mani nei capelli, pensando che poteva essere accaduto l'rreparabile, ma il fiero nemico approfittò di questa sua distrazione per travolgerlo con  una zampata e metterlo così fuori causa. Poi Armares gridò: Adesso uomini conoscerete il potere dei titani, indi si mise a girare vorticosamente su se stesso sputando fuoco e formando così un uragano infuocato che usò per incenerire una intera guarnigione. Gli uomini fuggirono terrorizzati e le truppe di Armares ne approfittarono per inseguirli, accerchiarli e massacrarli senza pietà. Il re Merovis, rimasto illeso, si rialzò e pensò di mettersi al riparo, ma quando il suo sguardo si posò su Mircas esanime e ferito, ripensò alle parole del cavaliere: Io nutro fiducia in voi, so che troverete la forza di proteggere il vostro popolo. Non sentendosi di abbandonare quel paladino al suo destino, il re lo prese in spalla e cominciò a trascinarlo, tentando di metterlo in salvo. Subito però numerosi mostri lo accerchiarono impedendogli di fuggire. Il re tentò di combatterli, ma le demoniache creature lo sopraffecero e lo pestarono tutte insieme, ma prima che potessero sbranarlo furono trafitte da una raffica di lance fantasma. Sedrenar si era ripreso ed era giunto in difesa del re. Merovis non ebbe però il tempo gioire, perchè si trovò davanti Armares in persona che lo stordì con il suo sguardo penetrante. Il perfido mostro disse: Allora grande re, non hai voluto sottometterti di tua volontà, ti sottometterò io adesso con il mio potere; ti farò diventare un demone e ti farò uccidere la tua stessa famiglia, ma ti lascerò un barlume di coscienza per farti soffrire. Ti assicuro che avrò cura di farti diventare lo schifo della vita. La frase di Armares fu interrotta da un ordine imperioso di Sedrenar, che brandiva contro il titano una specie di balestra di luce iridescente: Fermati infame creatura! Guarda le mie mani, non riconosci quest'incantesimo? E' l'arco delle sette luci, l'arma che ha annientato tuo padre Zernames. Osa fare qualcosa al mio re e la userò su di te uccidendoti. Anzi, prendi la tua armata e vattene di qui, non c'è nulla per te ad Esmelia
Il demone, per nulla intimorito rispose: Citando la sorte di mio padre non fai che incentivare il mio furore. Forza cavaliere dei miei stivali, usa quell'arma, non la temo. Sedrenar non si fece ripetere l'ordine e lanciò l'arco delle sette luci contro Armares, ma questi, circondandosi di un'aura luminosa e incrociando l'ascia e la spada a mò di scudo gridò: Urlo del titano! E così respinse l'arco delle sette luci restando illeso. Sedrenar rimase attonito e cadendo in ginocchio esclamò: Come è possibile? Come hai fatto brutto mostro a salvarti? Non ci posso credere
Armares gli rispose: Davvero pensavi che un titano potesse essere sconfitto dai vostri giochetti? L'unico errore di mio padre è stato lasciarsi distrarre da un giocoliere senza aver lasciato morto abbastanza il suo compagno. Siccome questo non è il mio caso il tuo giochino non ha avuto effetto. Avete fatto male a persuadere il re ad opporsi a me, vedi adesso coi tuoi occhi ciò che succede. Allora grande re, dove eravamo rimasti? Ah si, sto per trasformarti nello schifo della vita. Rassegnati a subire la tua sorte. In quel momento Merovis ripensò al suo regno, alle mansioni cui era stato preparato sin da bambino, alla sua famiglia, al suo popolo. Doveva veramente finire tutto in quel modo? Era quello il destino? Forse si, ma lui non poteva accettarlo, non voleva accettarlo. Decise di opporsi a tutti i costi, quindi presa una fionda e dei sassi disse: Adesso Armares ti dimostrerò quanto è grande il potere di un solo uomo, così dicendo colpì il mostro nei malefici occhi, causandogli una cecità temporanea, quindi prese la sua spada, e lesto come una mangusta, prima gli tagliò l'alluce del piede sinistro, poi scivolando tra le sue gambe gli mozzò l'estremità della coda. Armares urlò contorcendosi dal dolore, provocando un gran terrore nei suoi mostri e seguaci. Fu allora che Merovis incitò i suoi soldati gridando: Uomini, liberi siete nati e tali dovete morire. Queste creature hanno tutte un punto debole e non sono affatto immortali, combattete! Con slancio i cavalieri di Esmelia si lanciarono sui nemici, rispondendo all'ordine del re e reagendo all'accerchiamento. Sedrenar si rialzò commosso e risvegliò Mircas dicendogli: Vedi amico, il re ha trovato se stesso, sta contrastando Armares riuscendo dove io ho fallito
Ma Armares ripresosi dall'accecamento gridò: Te la farò pagare pupazzo di carta stagnola, ora vedrai che ti farò
Sedrenar però gli gridò: Prima di fare qualcosa al re devi vedertela con me. Adesso so che vale la pena combattere per il bene degli uomini perchè il re che sono stato inviato ad aiutare ha finalmente trovato la forza di comportarsi degnamente. Adesso ho la forza di combatterti e rispedirti da dove sei venuto
Armares furioso gridò: Sarò io a spazzarvi via, tutti quanti siete. Vi pentirete di avermi contrastato! E più potente che mai preparò il suo urlo del titano. Sedrenar, dal canto suo, reagì subito preaparando l'arco delle sette luci. I due lanciarono contemporaneamente i loro incantesimi più forti, ma stavolta, dopo un duro scontro, Sedrenar riuscì a prevalere, spezzando l'ascia e la spada di Armares e facendolo volare per aria. Merovis e Mircas rimasero esterefatti dalla terribile potenza del cavaliere fateo, il quale poi disse: Armares, hai perso, adesso prendi la tua armata e lascia stare Esmelia.

Armares si rialzò e richiamando i suoi seguaci battè in ritirata. Il regno di Esmelia era salvo, tutti i cavalieri, Il re e Mircas presero a piangere di gioia per aver scongiurato uno dei pericoli più mortali nel nondo di Anec. Il re fece per abbracciare Sedrenar, ma quando lo sfiorò questi si sbriciolò sotto i suoi occhi attoniti in cenere finissima. Il terribile attacco di Armares lo aveva comunque colpito a morte, nonostante la sua potenza. Il re ritornò al suo palazzo con il resto delle sue truppe, riabbracciò la moglie e sollevò gioioso il suo piccolo per aria, aveva strovato la forza di salvare la sua gente, ma non immaginava che in futuro la notte sarebbe comunque scesa sul suo regno, che un vendicatore spietato, in tutto simile agli eroi che lo avevano difeso, gli avrebbe fatto pagare l'aver salvato il suo popolo dalla schiavitù. Dopo un mese di lutto per Sedrenar e tutti i morti del paese. chiamò a se un bel bambino di 10 anni, con capelli scuri e profondi occhi blu, di nome Adenar, dicendogli: Piccolo mio, io ti faccio duca del regno di Esmelia. Un giorno sarai tu a difenderci dalle future rovine che ci colpiranno, come ha fatto tuo padre, perciò cresci forte e sano. Quanto ad Armares?  Nel suo oscuro rifugio, non sopportando di essere stato battuto dal solo coraggio di un uomo, giurò sull'inquieto spirito del padre di vendicarsi appena gli fosse stato possibile, predestinando così il fato dell'infelice re Merovis.
  Ecco come si conclude alla fine la storia:
L'invasione del regno di Esmelia 

domenica 13 gennaio 2013

La furia del Titano- prima parte



In una bella e fertile vallata, ai confini con una maestosa catena montuosa, circondata da larghi campi fioriti e specchi d'acqua, sorgeva la bellissima città di Esmelia, capitale dell'omonimo e prestigioso regno. La città aveva una solida e imponente cinta muraria, fatta di una particolare pietra che rassomigliava al marmo prismatico e che la faceva risplendere di un fulgido chiarore sia il giorno che la notte, era di dimensioni contenute, ma non piccola. Il suo cuore era il grande palazzo reale, che stava al centro di una grande piazza, circondato da templi, fontane, edifici amministrativi, un grande museo e le magnifiche case dei nobili. Tutt'intorno, a livello più basso, stavano sei quartieri, ognuno dei quali non troppo grande e più semplice rispetto al complesso centrale, ma comunque fatto da belli edifici sia privati che pubblici larghe e ordinate vie adornate da alberi, negozi e botteghe varie. Tutti gli edifici pubblici e il palazzo reale erano fatti della stessa pietra usata per le mura, le case del popolo e le vie erano di una bella e linda pietra bianca, oltre che in legno. La grande porta principale era in legno e ottone dorato. ai lati di questa, in fila lungo un viale che conduceva alla città, c'erano la statue dei re che avevano governato la città, i re della dinastia degli Emerovei, che avevano creato quel regno. In lontananza, come a precludere la strada verso la grande città, c'era il piccolo villaggio di Venner, fatto di edifici semplici ma ordinato e grazioso. Il popolo del regno di Esmelia, a dispetto della sua prosperità, era in agitazione e il villaggio era stato evacuato, perchè si doveva fronteggiare l'invasione di Armares, spietato e potente tiranno figlio di un Titano. La grande porta della città si aprì, e ne uscì un nutrito contingente di cavalieri e fanti guidati da un giovane uomo rivestito di una fulgida armatura con ricami d'oro e una bella tunica rossa e blu, questi era il re di Esmelia Merovis. Era un uomo non troppo alto, giovane, con corti ma folti capelli biondi, carnagione chiara e occhi azzurri. Appariva sicuro e baldanzoso, ma i suoi occhi tradivano una grande inquietudine. Nei pressi di Venner il contingente si unì ad altre truppe di soldati, arceri, fanti, domatori di bestie, inviati dai re dei regni alleati. Si costituì così un esercito in apparenza forte e ben equipaggiato. L'esercito si mosse al comando di Merovis e attraversò campi e pianure fino a che arrivò ai confini del regno, davanti ad una grande collina dietro la quale proveniva un rumore indistinto come di zoccoli di cavalli, marce di soldati, barriti e ruggiti e un vociare chiassoso. Poco dopo un'apparizione terrifica e surreale si presentò all'esercito di Esmelia, la congrega infernale, una moltitudine di uomini, animali selvaggi e mostri dei più strani tipi che scendevano dalla collina in assetto di guerra. I sentimenti che quella marmaglia assortita suscitava nel cuore dei soldati spaziavano dall'orrore al comico. Merovis osservò bene i componenti di quello strano esercito, vedendo in esso prima di tutto mostri di tipologia variegata: uomini coccodrillo con la loro grande testa, coda da rettile e sibilante lingua biforcuta, orchi dall'aspetto deforme e marcescente, creature dall'aspetto barocco e grottesco senza testa e con un gran viso stampato nel nudo torso. specie di ballerine armate di spada, con tanto di tutù e scarpine, ma con testa scheletrica e piccola, zombi che sembravano cadaveri scorticati. Poi c'erano anche animali selvaggi e feroci di ogni fatta: orsi, lupi, leoni e tigri, elefanti, giraffe, grossi gorilla, leopardi, linci e ippopotami. Infine c'erano anche gli uomini: alcuni sembravano di etnia Karveza, abbigliati con le loro caratteristiche vesti, altri ancora erano di altra etnia e armamento. C'erano addirittura uomini travestiti da donna, finemente truccati e acconciati, vestiti con abiti sgargianti, che avanzavano intonando canzoni volgari e brandivano mazze dalla forma fallica e scudi a forma di vulva, che sbattevano le une contro gli altri come a simboleggiare il coito. C'erano infine donne vestite da uomini, che sotto un corpetto di metallo avevano capelli corti, vesti maschili, baffi finti e copricapo a coppola. Un orrido e grottesco carnevale del male che avanzava sicuro verso l'esercito di Esmelia. Al vedere tanta informe follia le truppe di Merovis ebbero un sussulto d'orrore, alcuni vomitavano, altri imprecavano, altri ancora piangevano o ridevano, lo stesso re perse la sua apparente sicurezza rivelando il suo reale stato d'animo con il pallore e i fremiti. Ma ad un tratto si levò una voce possente che disse: Non perdetevi d'animo, contrastate quest'ammasso di bestiale follia in nome della libertà. Fra i soldati di Merovis si fece strada come una specie di luce che si avviava verso il re, erano due bei cavalieri fatei che cavalcavano splendidi unicorni fantasma. Erano di quella particolare razza di guerrireri maghi nati ufficialmente per proteggere gli uomini dai pericoli più gravi. I due in questione si chiamavano Sedrenar Mellit e Mircas tennent, il primo più maturo, aveva capelli fulvo castano di lunghezza media, occhi blu, e alta statura, il secondo, più giovane, aveva capelli biondi e mossi medio lunghi, occhi castani e statura più bassa. I cavalieri magici si accostarono al re dicendogli: Non temete maestà, siamo venuti a sostenervi. Il re rispose: Maestri di magia buona portateci aiuto, fate qualcosa, perchè le porte dell'inferno si sono aperte vomitando i loro orrori contro di noi. I cavalieri dissero: Maestà, non temete il nemico, ma ciò che può fare al vostro regno. Ricordate che siete re figlio di re, appartenente alla gloriosa dinastia degli Emerovei. Quanto a noi, metteremo a vostra disposizione le nostre arti per donarvi la vittoria. Improvvisamente però, un ruggito tremendo e minaccioso attirò l'attenzione di tutti. In mezzo alla congrega infernale si fece strada una figura gigantesca avvolta da un lungo manto e cappuccio che poi si tolse e gettò via rivelando chi davvero era: Armares in tutta la sua bestiale potenza si era messo alla guida del suo esercito. Era questi un gigantesco uomo leone alto almeno 8 metri, con una criniera fulva con strisce blu, che incorniciava un muso feroce e zannuto. Il suo corpo, pur essendo umanoide, aveva comunque pelo e artigli leonini, vestiva una specie di panoplia, composta da una corazza scintillante e decorata, bracciali e schinieri ed una tunica violacea che dal busto scendeva sino alle ginocchia, aveva anche una coda blu, con una estremità che rifulgeva di una luce elettrica. I suoi occhi erano fiammeggianti di una sinistra luce giallo-verde, e davano l'impressione di poter trafiggere ciò che fissavano. Il titano si mise a guardare lo schieramento nemico, compiaciuto del terrore che incuteva.  I due cavalieri fatei, esterefatti dal sinistro potere emanato dal personaggio esclamarono: Per la gloria del Sole Invitto! Mentre Merovis si sentì mancare dalla paura, e accasciandosi sul suo bianco destriero iniziò a pregare e ansimare. Guardando la possente figura del titano Mircas disse ammirato: Armares, figlio di Zernames signore delle bestie, nipote di Vardas il gigante fantasma iniziatore del nostro ordine, di Zelgadia Titanide della luna e di Zerdas gigante demolitore di monti, di Veesnar drago mangia uomini. Uno dei nemici più terribili e difficili da affrontare. Visibilmente scosso dal terrore il re si appoggiò tremante a Sedrenar e iniziò a lamentarsi accoratamente: Mio Dio! Io sono giovane, troppo per questo; ho 23 anni ed è da appena 2 anni che sono salito al trono. Quella orrenda bestia è venuta per cavarmi l’anima fuori dal corpo e distruggere il mio regno.  Il destino Non avrebbe potuto essere più infame. Adirato Sedrenar rispose: Non mi pare il caso di declamare la discendenza di quel demone, ne di iniziare lamentazioni funebri. Quel mostro è in parte un uomo come noi, figlio di una donna sola e infelice che abitava nei boschi. suo nonno era un boscaiolo e sua nonna la figlia di un tessitore. Se si è potuto sconfiggere suo padre che di umano non aveva nulla, tanto più si potrà battere lui. Improvvisamente un messaggero di Armares corse verso l’esercito nemico domandando di parlare con il re, giunto davanti a lui gli disse: Merovis, il mio padrone Armares ha deciso di essere magnanimo con te, di farti vivere per sempre e di lasciare sopravvivere il tuo regno. In cambio però tu devi sottometterti ed ottemperare ad alcune condizioni: dovrai donare a lui ogni anno i due terzi dell’oro e dei raccolti, dargli in pasto il tuo figlioletto primogenito, lasciargli prendere uomini, donne e bambini come schiavi ed entrare nella tua città con una catena d’oro al collo, condotto dal mio signore. Se accetterai nessuno toccherà il tuo regno e il mio padrone ti donerà l’immortalità, non invecchierai né morirai mai, né per malattia né per spada. Se rifiuterai tu e tutto il tuo popolo sarete votati alla distruzione oggi stesso. A te la scelta. Merovis, al sentire quelle condizioni si sentì inorridire e d’istinto si voltò verso Sedrenar. Il cavaliere fateo gli disse: E così quel mostro è venuto per ridurre il tuo popolo alla miseria e schiavitù, per fare di te il suo zerbino e divorare tuo figlio, e per giunta maschera tutto questo con la magnanimità? Non lasciarti ingannare, coloro che da lui vengono benedetti diventano mostri a immagine e somiglianza di quei demoni che fanno parte del suo esercito, e per giunta non possono più pensare e volere per conto proprio, perdono queste facoltà divenendo totalmente soggetti a lui. Il magnifico regno ereditato dai tuoi padri, il tuo orgoglio di re, la tua anima, la carne della tua carne erede al tuo trono, tu perderesti tutto questo e ti lasceresti tramutare in un mostro per compiacere quel demonio? No, io non ci credo. Mircas intervenne dicendo: Mio re, non potete accettare queste condizioni,  sarebbero solo la rovina vostra e del vostro regno. Siate uomo risoluto e obbiettivo, dovete combattere per proteggere Esmelia, purtroppo non avete scelta. Riflettendo sulle orribili condizioni di Armares e sulle parole dei cavalieri fatei Merovis prese la sua decisione, si rivolse al messo e gli disse: Puoi dire al tuo padrone che io, Merovis Hernan Hemeroves, re della dinastia degli Emerovei non sono mai stato asservito a nessuno, né mi asservirò oggi a lui.  Se davvero vuole il mio regno, il mio popolo e mio figlio deve venire a prenderli, e potrà metterci sopra la sue luride zampe solo quando io sarò morto!  Il messo allora rispose: Così hai scelto morte, per te e tutto il tuo paese, poi si allontanò.




Storie di riferimento:
La tremenda profezia